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Francia-Marocco: lo spettro di Pegasus e la guerra segreta contro l’influenza di Rabat

Di Giuseppe Gagliano

PARIGI. Un promemoria riservato della Direction Générale de la Sécurité Intérieure (DGSI), i Servizi segreti interni francesi, ha acceso i riflettori su un caso tanto opaco quanto rivelatore delle tensioni sotterranee tra Parigi e Rabat.

Un consulente marocchino, figura nota nei circoli mediatici francesi per le sue frequenti apparizioni come esperto, si è visto rifiutare la naturalizzazione francese sulla base di sospetti che lo indicano come un agente d’influenza al servizio del Marocco. La vicenda, che si inserisce nel clima di diffidenza generato dallo scandalo Pegasus, non è solo una battaglia legale: è il sintomo di una crescente attenzione dell’intelligence francese verso le operazioni di Rabat in Europa, in un contesto di relazioni bilaterali tanto strette quanto ambivalenti.

In Francia clima di diffidenza generato dallo scandalo Pegasus

Il caso prende le mosse da un’indagine della DGSI, che ha identificato nel consulente marocchino – il cui nome non è stato reso pubblico per ragioni di sicurezza – un possibile anello di una rete più ampia di influenza orchestrata dal Regno di Mohammed VI.

 

Il re del Marocco, Mohamed VI in una visita ufficiale

 

Secondo il promemoria, l’uomo avrebbe sfruttato la sua posizione nei media francesi per orientare il dibattito pubblico su temi sensibili, come la questione del Sahara Occidentale o la cooperazione antiterrorismo, in favore degli interessi marocchini. La decisione di negargli la cittadinanza francese, un atto amministrativo raro e simbolico, è stata motivata da “rischi per la sicurezza nazionale”, una formula che nasconde un messaggio chiaro: Parigi non intende tollerare interferenze esterne, nemmeno da un alleato storico come il Marocco.

La vicenda si intreccia con il trauma ancora fresco del caso Pegasus, lo spyware israeliano prodotto da NSO Group che, secondo un’inchiesta del consorzio Forbidden Stories del 2021, sarebbe stato utilizzato dal Marocco per spiare migliaia di numeri di telefono, inclusi quelli di giornalisti, attivisti e persino alti funzionari francesi, tra cui il Presidente Emmanuel Macron.

Il Presidente francese, Emmanuel Macron

Sebbene Rabat abbia sempre negato le accuse, e un’indagine francese del 2022 abbia parzialmente scagionato il Marocco per mancanza di prove definitive, il danno alla fiducia bilaterale è stato profondo.

Lo scandalo ha rivelato la capacità del Regno di condurre operazioni di sorveglianza sofisticate, alimentando i sospetti della DGSI su una strategia marocchina di penetrazione nei gangli della società francese, dai media alla politica.

Non è la prima volta che la Francia si scontra con l’assertività di Rabat.

Nel 2014, un incidente diplomatico aveva visto protagonista Abdellatif Hammouchi, potente capo dell’antiterrorismo e della Sicurezza nazionale marocchina, interrogato a Parigi per presunte torture. La reazione del Marocco fu durissima: sospensione della cooperazione giudiziaria e gelo nei rapporti bilaterali, fino a un accordo che trasferiva le indagini sui cittadini marocchini alla giustizia di Rabat.

Più recentemente, il caso di Rachid M’Barki, giornalista di origini marocchine allontanato da BFM TV per aver trasmesso servizi filo-marocchini non autorizzati, ha sollevato interrogativi sull’influenza di Rabat nei media francesi. Questi episodi, insieme al rifiuto della naturalizzazione del consulente, disegnano un quadro di sospetto reciproco, in cui la Francia vede nel Marocco non solo un partner strategico, ma anche una potenziale minaccia.

Eppure, la relazione tra i due Paesi è tutt’altro che semplice da sciogliere. Il Marocco rimane un alleato chiave per Parigi nel contrasto al jihadismo – celebre la soffiata del 2015 che aiutò a individuare il responsabile degli attentati del Bataclan – e nella gestione dei flussi migratori.

La recente svolta francese sul Sahara Occidentale, con Macron che nel 2024 ha riconosciuto la sovranità marocchina sul territorio conteso, sancisce una riconciliazione pragmatica, accompagnata da investimenti per 11 miliardi di euro. Tuttavia, questa alleanza si regge su un equilibrio precario: la Francia non può permettersi di alienare Rabat, ma deve anche proteggere la propria sovranità da ingerenze esterne.

La battaglia legale del consulente marocchino, che probabilmente sfocerà in un ricorso contro il rifiuto della naturalizzazione, è destinata a rimanere un caso isolato, ma il suo significato va oltre.

È un monito della DGSI: Rabat, con le sue reti di influenza e le sue ambizioni, è sotto osservazione. In un’epoca in cui l’Intelligence si gioca tanto sui campi di battaglia quanto nei salotti mediatici, la Francia sta ridefinendo i confini della propria sicurezza nazionale, anche a costo di tensioni con un partner storico.

Resta da vedere se questa linea dura porterà a un confronto aperto o se, come spesso accade tra Parigi e Rabat, prevarrà la realpolitik, fatta di compromessi e silenzi strategici.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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