Di Giuseppe Gagliano*
WASHINGTON D.C. La notizia è seria, ma va letta con freddezza: a Washington non è stata ancora presa la decisione di mandare truppe da combattimento sul suolo iraniano.
Quello che esiste, invece, è una pianificazione avanzata del Pentagono per operazioni terrestri limitate, pensate non come invasione generale ma come incursioni mirate, da condurre con Forze Speciali e Fanteria convenzionale contro obiettivi costieri e nodi strategici come l’Isola di Kharg.

È la differenza, decisiva, tra una guerra totale e una guerra che tenta di restare chirurgica mentre prepara il terreno a un salto di qualità.
Dalla pressione aerea alla tentazione terrestre
Finora la linea americana ha oscillato tra due registri: da una parte il linguaggio politico che promette di chiudere il conflitto in tempi brevi, dall’altra la costruzione di un dispositivo militare che allarga le opzioni disponibili alla Casa Bianca.
Il Washington Post parla di settimane di operazioni a terra.

Kharg e Hormuz: il vero cuore della partita
Reuters conferma che il Pentagono sta predisponendo quel ventaglio di possibilità, mentre altre ricostruzioni riferiscono di discussioni interne su un “colpo finale” che potrebbe combinare bombardamenti massicci e azioni terrestri limitate. Siamo dunque davanti a una classica dinamica di escalation controllata: si dice che non si vuole una lunga guerra, ma si accumulano gli strumenti per combatterla.
Il punto non è occupare l’Iran. Il punto è colpirne le arterie vitali. Kharg conta perché resta uno dei cardini dell’export petrolifero iraniano.
Le aree costiere vicine allo Stretto di Hormuz contano perché da lì passa la minaccia contro la navigazione commerciale e militare.
In altre parole, Washington starebbe ragionando non su una conquista territoriale classica, ma su una presa temporanea di posizioni utili a strangolare la capacità iraniana di esportare energia e di tenere sotto scacco il traffico marittimo.
È una logica da guerra economica travestita da operazione tattica: colpire pochi punti, per produrre un effetto enorme sul bilancio iraniano e sui mercati mondiali.
La valutazione militare: fattibile sulla carta, rischiosa sul terreno
Sul piano strettamente operativo, queste azioni sono possibili.
Gli Stati Uniti hanno mezzi anfibi, Fanteria di Marina, capacità di incursione, copertura aerea e superiorità navale sufficienti per colpire obiettivi costieri.

Ma il problema è il dopo.
Restare anche solo pochi giorni in una piccola isola o in una fascia litoranea esposta significa sottoporsi a droni, missili, fuoco da terra, mine, artiglieria, attacchi di disturbo e logoramento.
Reuters ha sottolineato i rischi specifici di un’operazione su Kharg, e lo stesso dibattito americano mostra che la difficoltà non è entrare, bensì tenere e rifornire le forze in un ambiente ad alta saturazione di minacce.
È il solito errore delle guerre moderne: l’accesso appare semplice, la permanenza diventa il problema.
I rinforzi raccontano più delle parole
Mentre la politica rassicura, il dispositivo militare cresce. Reuters aveva già riferito nei giorni scorsi l’invio di migliaia di uomini aggiuntivi in Medio Oriente, su una presenza americana nell’area già molto consistente.
Nelle ultime ore è stato inoltre confermato l’arrivo di ulteriori forze anfibie con migliaia di marines e marinai, segnale che il Pentagono vuole una capacità immediata di proiezione dal mare verso obiettivi costieri.
Non prova che l’ordine sia stato dato, ma prova che Washington vuole essere pronta a eseguirlo senza improvvisazioni. E questo, in guerra, conta più delle dichiarazioni pubbliche.
La contraddizione politica di Trump
Qui emerge la vera crepa americana.
Marco Rubio continua a sostenere che gli obiettivi possono essere raggiunti senza truppe di terra e che il conflitto non sarà prolungato.
Ma se davvero bastassero missili, aviazione e pressione diplomatica, non si capirebbe la necessità di preparare settimane di operazioni terrestri e di spostare altri reparti nella regione.
La contraddizione non è secondaria: segnala che dentro l’amministrazione convivono almeno due linee, una che punta alla coercizione a distanza e un’altra che teme che senza un colpo diretto su Kharg o sulle batterie costiere iraniane la pressione resti insufficiente.
Il vincolo interno: l’America non vuole un’altra guerra di terra
C’è poi un ostacolo che pesa quasi quanto i missili iraniani: l’opinione pubblica americana.
Il sondaggio dell’Associated Press con il centro di ricerca dell’Università di Chicago indica che il 62% degli intervistati si oppone all’invio di truppe di terra in Iran.
È un dato politicamente pesante, perché rivela che gli Stati Uniti possono tollerare la guerra aerea, la dimostrazione di forza e perfino una certa retorica bellica, ma non vogliono rivedere lo spettro dell’Iraq sotto un altro nome.
Per Trump, che ha costruito una parte della sua immagine sull’idea di non farsi trascinare in guerre infinite, un intervento terrestre sarebbe una scommessa ad alto rischio anche sul fronte interno.
La dimensione geopolitica: rassicurare gli alleati del Golfo, disciplinare l’Iran
Sul piano geopolitico, un’incursione limitata avrebbe almeno tre messaggi.
Il primo è diretto a Teheran: gli Stati Uniti possono entrare nella fascia più sensibile del sistema energetico iraniano.
Il secondo è rivolto alle monarchie del Golfo: Washington, pur tra esitazioni, resta il garante ultimo della sicurezza regionale.
Il terzo è destinato ai mercati: la Casa Bianca vuole mostrarsi capace di riaprire o mettere in sicurezza i passaggi energetici, soprattutto se la crisi di Hormuz minaccia di trasformarsi in uno shock globale. Non a caso Reuters ha riferito che Stati del Golfo stanno dicendo agli americani che non basta fermare la guerra: bisogna degradare davvero le capacità iraniane.
Questo aumenta la pressione verso un’opzione più aggressiva.
La valutazione geoeconomica: una guerra breve può produrre danni lunghi
L’aspetto più importante è forse questo: anche un’operazione terrestre limitata avrebbe un impatto economico sproporzionato.
Se il bersaglio reale è Kharg o la cintura costiera di Hormuz, allora la posta in gioco non è soltanto militare ma energetica, assicurativa, logistica e finanziaria.
Ogni giorno di incertezza su quel tratto di mare alza premi di rischio, noli marittimi, costi assicurativi e tensione sui prezzi dell’energia.
Dunque l’eventuale sbarco americano non sarebbe semplicemente un’azione militare: sarebbe il tentativo di riscrivere con la forza la geografia del petrolio del Golfo.
Ma proprio per questo l’Iran reagirebbe con tutti gli strumenti di interdizione asimmetrica di cui dispone.
Lo scenario più probabile
Lo scenario oggi più plausibile non è la grande invasione, ma una sequenza di colpi limitati: occupazioni temporanee, raid contro postazioni costiere, neutralizzazione di sistemi antinave, pressione su Kharg e uso del mare come piattaforma di coercizione.
Sarebbe una guerra di terra senza ammettere che è una guerra di terra. Il problema è che questi conflitti cominciano sempre come operazioni limitate e finiscono spesso per allargarsi, perché il nemico colpito non accetta di subire senza rilanciare.
E l’Iran, colpito nel suo nervo energetico e nella sua credibilità strategica, avrebbe molte ragioni per rilanciare.
Conclusione
In sostanza, Washington sta preparando la possibilità di fare il passo che per settimane ha detto di voler evitare.
Non perché desideri occupare l’Iran, ma perché teme che senza un intervento diretto su alcuni punti chiave non riuscirà né a piegare Teheran né a rassicurare i suoi alleati né a stabilizzare il mercato energetico.
È una logica comprensibile sul piano militare e pericolosa su quello politico.
Perché quando una potenza entra a terra, anche per poco, smette di controllare davvero il ritmo della guerra.
E da quel momento è il terreno, non più il comunicato della Casa Bianca, a dettare legge.
*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)
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