Di Giusy Criscuolo
Arbil – nostro servizio particolare. Del perché siamo in Iraq e che cosa ci facciamo, è una domanda che tutti coloro che tengono un occhio rivolto al Medio e Vicino Oriente si fanno.
E’ fondamentale capire che quello che viene definito “strumento militare” non è preso in maniera “bovina” e impiegato, ma prima che questo possa essere schierato c’è bisogno di una preparazione a monte e di uno studio non indifferente.
Questo per permettere a coloro che saranno taskati nel Teatro operativo di riferimento, di avere piena comprensione del perché si è arrivati ad una determinata situazione e cosa ci si aspetta da chi è impiegato nella specifica missione.
Ma per comprendere il perché di OIR è necessario risalire alle radici storiche di un conflitto.
Dove nasce, perché e come si è arrivati ad oggi.
Operazione ‘Prima Parthica’
Durante l’incontro nella sala delle conferenze di Camp Singara, il Maggiore Acunzo e il Capitano Lo Sardo, con grande capacità espositiva mi hanno edotta sul quadro generale della situazione, e su quale sia il nostro ruolo in terra d’Iraq.
Ne segue che per poter spiegare al meglio è giusto fare un breve preambolo storico, che aiuti a comprendere perché ci siamo e come ci siamo arrivati.
Non tutti ricorderanno che negli anni ’60 l’Iraq si era posto l’obiettivo di diventare il Paese leader di tutti gli altri Paesi arabi Medio/Orientali.
Per fare questo aveva bisogno di sedare quelli che erano i contrasti interni, tutt’oggi irrisolti se non addirittura aggravati.
Difatti, il Grande Kurdistan, ad oggi è tutt’ora diviso tra Iraq, Turchia e Iran.
Già negli anni ’70 Ahmad Hasan al-Bakr, che poi sarà parente del futuro Presidente iracheno Saddam Husayn, aveva l’intenzione di concedere l’autonomia al Kurdistan e di concedere l’insegnamento del curdo all’interno delle scuole irachene, considerando il curdo lingua ufficiale assieme all’arabo.
Questo processo non vedrà mai la fine e già dal 1974 riprenderanno i contrasti interni tra la popolazione curda che lottava per la propria indipendenza e la propria identità e il governo centrale iracheno.
Guerra Iran-Iraq – Credit Facebook
Un problema questo che permane dai tempi dei tempi anche se a fasi alterne e, che ci offre una lettura comprensiva anche dei contrasti che vivono e si alimentano all’interno e tra l’Esercito Iracheno stesso e le Forze Armate Peshmerga.
Nel ’79 al-Bakr annuncia il suo ritiro cedendo il passo all’ex Presidente Saddam Husayn, che aveva una visione completamente differente dal precedente leader e che adottò una politica di epurazione nei confronti della popolazione curda. Intraprendendo una serie di attività militari e anti diritti umani contro la stessa.
Arrivando ad operare anche un vero e proprio genocidio nei confronti dei curdi iracheni.
Inoltre, sempre in riferimento all’obiettivo di diventare Paese leader, Saddam che era mosso da un grande spirito nazionalistico (tipico di queste latitudini del mondo) dal punto di vista imprenditoriale puntò ad utilizzare al massimo le risorse naturali che l’Iraq offriva, questo attraverso perforazioni petrolifere e nazionalizzando le imprese straniere.
Adoperandosi così anche nel limitare le importazioni del petrolio.
Ma questa politica, condizionò non solo gli equilibri interni, ma anche i rapporti con i Paesi vicini e con le nazioni straniere.
Non curante delle cattive relazioni che si stavano palesando, nel 1980, approfittando della rivoluzione iraniana che rovesciava la dinastia Pahlavi in favore di Khomeini, cercò di approfittare del momento di debolezza della “vicina di casa” pensando ad aprire un contezioso bellico con la terra degli antichi sasanidi secondi per grandezza agli achemenidi.
Una guerra immaginata lampo e che avrebbe dovuto portare l’Iraq ad essere un paese di peso per il mondo Medio/Orientale.
Ma le previsioni dell’ex dittatore si dimostrarono errate e la guerra si protrasse per 8 anni.
Saddam in trincea durante il conflitto iracheno iraniano – Credit Twitter
Nel mentre l’esercito iraniano ebbe il tempo di riorganizzarsi e nel 1988 gli iracheni furono costretti alla ritirata, ritornando nei loro confini patrii.
Ma non contento degli anni di guerra trascorsi, l’ex dittatore decise di trovare un motivo apparente per poter invadere il vicino Kuwait.
Secondo Saddam Husayni il motivo era legato al fatto che, durante la guerra con l’Iran, il “fratello arabo” era venuto meno all’accordo sull’estrazione del petrolio da alcuni pozzi posti al confine tra Kuwait e Iraq. Così convinto che la Comunità Internazionale e gli USA non avrebbero alzato un dito decise di muoversi per la sua invasione.
Ma anche questa volta i calcoli non furono corretti, perché il Kuwait fece sentire la sua voce chiedendo il sostegno della Comunità Internazionale.
Aprendo così ad una serie di incontri diplomatici che però non portarono a nulla. Come molto spesso accade!
Nel gennaio 1991 con la scadenza dell’ultimatum dettato dagli Stati Uniti prese il via la così detta 1^ Guerra del Golfo e le truppe irachene nel febbraio dello stesso anno furono costrette a rientrare nei loro confini con la conseguente liberazione del Kuwait.
Il decennio successivo, quello che porterà agli anni 2000, saranno anni in cui Saddam non pago delle sconfitte subite, deciderà di concentrarsi ulteriormente contro la popolazione curda, utilizzando armi di distruzione di massa come armi chimiche nei villaggi, ritorsioni militari gratuite contro i curdi iracheni, che ne usciranno piegati e profondamente feriti.
Tutto questo porterà all’invio degli osservatori dell’ONU in Terra d’Iraq, alla ricerca delle prove dell’utilizzo di armi chimiche contro la popolazione fino a sfociare nella 2^ Guerra del Golfo.
Immagini guerra Iran Iraq – Credit al-Arabiya
Nel 2003 ci sarà la destituzione di Saddam, il suo arresto e negli anni successivi il processo e la condanna a morte.
Ma l’Iraq sembrava comunque non trovare pace, perché gli anni successivi alla caduta dell’ex dittatore, coincisero proprio con gli anni della nascita del Califfato detto ISIL, successivamente ISIS o genericamente chiamato dai locali Da’ash, che dalla vicina Siria cominciava ad infiltrarsi all’interno dei confini dell’antica Mesopotamia fino a minacciare la capitale Baghdad.
L’arrivo di Da’ash dà il là per la richiesta di aiuto e nel 2014 avrà inizio quello che sarà un mandato ufficiale di supporto internazionale, richiesto dal Governo iracheno stesso alla Coalizione.
OIR (Operazione Inherent Resolve) perché nasce e perché siamo coinvolti con Operazione Prima Parthica
E’ infatti all’alba di questa nuova minaccia terroristica in Iraq, che viene esplicitata la prima richiesta formale governativa di aiuto internazionale.
E’ con il motto di OIR (ONE MISSION, MANY NATIONS – UNA MISSIONE PIU’ NAZIONI) che già ci si può fare un’idea sul perché di questa missione, che ha coinvolto anche i nostri Contingenti.
Il Governo iracheno alla luce delle nascenti minacce, all’epoca chiese immediatamente supporto agli USA e alla Coalizione (che per i non addetti ai lavori non ha a che fare con la NATO) per contrastare la nuova minaccia terroristica che rivestiva ormai i panni dell’ISIL o Da’ash.
L’Operazione Inherent Resolve nata nel 2014, coinvolge una componente militare costituita da una Coalizione di 70 nazioni che si dividono tra Iraq e Siria. Questo perché essendo il compito principale, quello del contrasto e dell’eliminazione di Da’ash, si è ritenuto opportuno e strategicamente più risolutivo intervenire sia dove l’organizzazione nasce che dove si espande.
Ne segue che da una parte è schierata una aliquota della Coalizione che ha il compito di eliminare dalla radice questa entità terroristica che si addestra in Siria, dove nascono, proliferano le scuole di addestramento, dove convogliano i Foreign Fighters e dove vengono arruolati coloro che intendono far parte di queste frange estremiste.
Operazione Prima Parthica addestramento forze locali – Credit Esercito
Dunque in Siria si smantellano le suddette scuole e si punta a bloccare la nuova crescita dell’organizzazione in se. In Iraq il compito della Coalizione è fermare l’afflusso delle cellule estremiste che dal confine siriano cercano di infiltrarsi in quello iracheno, per poi passare allo smantellamento delle compagini terroristiche che si sono create all’interno dell’antica Mesopotamia.
In poche parole, l’elemento terroristico nasce, si organizza come realtà estremista in Siria e da lì parte. Poiché i militanti dal confine siriano hanno una via di afflusso facilitata attraverso il confine iracheno, vengono direttamente contrastati sulla linea di confine dalle Forze di Sicurezza locali con il supporto della Coalizione. Importante comprendere che i militanti di Da’ash (ISIL o ISIS come ancora è chiamato in queste regioni), che arrivano all’interno dell’Iraq sono cellule operative che possono essere contrastate più facilmente rispetto a quelle sul territorio siriano.
Inoltre a differenza del “talebanesimo” che già dagli anni ’70 aveva messo radici all’interno dell’Afghanistan radicandosi oltremodo tra la popolazione, Da’ash ha origini più recenti, poiché ha avuto i suoi primi natali tra il 2003-2004.
Avendo origini molto più giovani, diventa più facile da contrastare, soprattutto in Iraq dove non è radicato e, anche se attecchisce non lo fa con la stessa veemenza con cui si sviluppa, nasce e cresce in Siria.
Il Colonnello Tariq A. A. J. della 9° Brigata delle Forze Speciali Peshmerga sul fronte a sud di Kirkuk vicino al villaggio di Daqouq City – @Credit Col. Tariq A.A.J.
Ne segue che i compiti fondamentali del nostro Contingente in Iraq, nell’Operazione Inherent Resolve e inquadrati a loro volta in Operazione Prima Parthica, sono quelli di addestrare, equipaggiare, supportare, assistere e accompagnare le forze di sicurezza irachene al fine di sconfiggere Da’ash.
Il tutto lasciando ai locali l’egemonia militare, affiancandoli solo come elemento di supporto.
La didascalia della foto dice – Sforzi giganti compiuti dagli eroi della Divisione d’Oro nella battaglia per liberare Tikrit/Mansour con l’aiuto di Dio – Credit Facebook
Così come per NMI (NATO Mission in Iraq) che è stanziata nella parte centrale e precisamente a Baghdad, allo stesso modo OIR è stanziata sia a Baghdad che ad Atrush, Bnslawa, Slemani, Al Asad e Arbil anche in Siria e Kuwait, con il compito di creare le condizioni per l’autonomia e la stabilità dell’Iraq. Passando dalla specifica e terminata missione del KTCC, il cui fine è stato quello di condurre un addestramento flessibile ed adattivo per garantire le capacità di base prodromiche alle operazioni di contrasto a Da’ash.
Difatti gli operatori coinvolti in OIR insegnano alle Forze di Sicurezza locali cosa fare.
Li dotano dei mezzi necessari per poter proseguire, li preparano all’addestramento per poterli impiegare, gli insegnano a condurre determinate operazioni e li preparano ad avere un’ottica strategica per poter pianificare, affrontare e condurre determinate operazioni contro questi gruppi terroristici anche a livello di Staff.
In questo modo vengono resi autonomi per condurre tutte quelle che saranno le future attività di contrasto a Da’ash.
Obiettivo finale, consolidare lungo tutto il periodo delle operazioni, quelli che sono i risultati acquisiti.
Sul Fronte del monte Qarachock nel distretto di Makhmor con la 14° Brigata
Le fasi di OIR
Iniziata nel 2014, come tutte le operazioni di medio e lungo termine si è sviluppata in diverse fasi.
I 4 momenti dell’Operazione Inherent Resolve sono stati inquadrati come: DEGRADE, DISMANTLE, DEFEAT AND NORMALIZE (Degradare, smantellare, disarmare/sconfiggere e normalizzare).
Oggi ci troviamo nella quarta e ultima, quella di normalizzazione.
La fase, terminerà quando le forze di sicurezza locali saranno pienamente autonome.
Vale a dire quando avranno la situazione completamente in mano. Ovviamente la presenza della Coalizione non sparirà completamente, poiché ci sarà sempre bisogno di un’assistenza alle Forze locali.
Le line of effort di OIR, cioè i punti di maggiore sforzo, sono stati affrontati soprattutto nella fase iniziale dell’Operazione, dove si sono sviluppate le varie attività.
Le prime fasi, quelle di maggiore impatto militare sul terreno sono state quelle che hanno visto la Coalizione in tandem con le Forze locali nello smantellamento dell’organizzazione terroristica, fino ad arrivare all’ultima fase, che è in atto.
Le Forze locali dovranno quindi essere in grado di mantenere e consolidare i risultati acquisiti.
Se, militarmente oggi, riuscissero ad eliminare e cacciare fuori dai loro confini questi terroristi, ma un domani rientrassero in forze, qualcosa non avrebbe funzionato e quindi bisognerebbe ricominciare.
Il compito anche dei nostri militari è dunque insegnare loro a consolidare il risultato riuscendo a far restare fuori dei confini la minaccia.
Con la seconda Brigata Peshmerga al Fronte di Kirkuk – @Credit Giusy Criscuolo
Quale è il contributo dell’Italia ad OIR?
Il contributo di eccellenza che l’Italia offre alla Coalizione è così strutturato: per quanto riguarda la componente aerea abbiamo e forniamo il nostro supporto attraverso IT NCC air (Italian National Contingent Command Air) che interessa la nostra Aeronautica ed è di stanza in Kuwait e poi attraverso IT NCC Land (Italian Contingent Command Land) che comprende le forze terrestri e l’Aviazione dell’Esercito (AVES).
In qualità di IT NCC Land forniamo come contributo diretto alla Coalizione un assetto ad ala rotante, gli elicotteri ed equipaggi del Task Group GRIFFON che concorrono all’Air Mobility di Teatro attraverso il trasporto di personale e materiale. Per finire con gli assetti del nostro Role 1 (assetti medico/sanitari) che vengono forniti in concorso al Role 2 della Coalizione.
Sempre nel contesto delle line of effort di OIR, i Comandanti di ogni nazione prevedono delle linee di sviluppo delle attività, sulla base delle forze che hanno a disposizione.
Quelle previste dall’attuale Comandante dell’Italian National Contingent Command Land, Colonnello Di Biase, hanno permesso di raggiungere alcuni obiettivi tra i quali garantire la sicurezza del personale.
Con Task Group GRIFFON appena partiti da EAB (Erbil Airport Base) direzione Mossul – @Credit Giusy Criscuolo
In qualunque genere di operazione l’uomo soldato è fondamentale perché se manca il soldato non si può portare avanti il programma e sviluppare l’operazione.
La prima cosa infatti è avere sempre come obiettivo primario la salvaguardia del personale. Senza di questo non ci sarebbero gli strumenti per procedere. Infatti nel periodo del suo Comando, sono stati effettuati tantissimi lavori infrastrutturali per migliorare la situazione di sicurezza di Camp Singara, dalla pavimentazione alla realizzazione dei bunker ad una copertura rinforzata delle palazzine e degli uffici.
Altro compito non indifferente è stato ed è quello di assicurare il sostegno logistico a tutto il personale in Iraq, poiché essendo molte le forze schierate in campo le necessità sono tante.
Senza dimenticare il supporto alla Coalizione.
In ultimo e non per ultimo, l’utilizzo delle attività svolte in loco che servono a dare un quadro generale e di insieme di ciò che accade nel Teatro iracheno alla madrepatria.
Questo primo contributo per spiegare che, a differenza dell’Afghanistan dove i termini di ingaggio erano diversi, qui in Iraq vi è stata una formale richiesta del legittimo Governo ed è per questo motivo che ci troviamo coinvolti come Contingente.
1 – continua
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L’articolo IRAQ: OPERAZIONE INHERENT RESOLVE E LE ALTRE MISSIONI. COSA CI FACCIAMO QUI? proviene da Report Difesa.



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