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Libia, problema di ieri e incognita del domani

Di Alexandre Berthier

Tripoli. Gli eventi libici di questi ultimi giorni e di queste ore scuotono le diplomazie di tutto il mondo che, con l’ONU, seguono con sterili interventi e inutili proposte l’evoluzione della situazione, che vede contrapposti, per l’ennesima volta, il Generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica ed il premier del Governo di Unità Nazionale di Tripoli, Fayez Al Serraj.

Il Presidente francese Macron tra Al Serraj e Haftar

Ancora una volta l’Occidente mostra però di non avere appreso nulla dalla storia e ancora una volta si prepara ad assistere impotente a rivolgimenti che continueranno a destabilizzare il Mediterraneo centrale e non solo.

E’ innegabile che la storia del variegato mondo libico ci può spiegare in modo chiarissimo le vere ragioni di tutte le problematiche che da sempre caratterizzano uno dei più estesi e complicati Paesi del continente africano; in primis, la coesistenza di due etnie profondamente diverse tra loro, berberi e arabi, quindi la struttura sociale, culturalmente molto arretrata e atavicamente tribale.

L’Occidente si ostina, infatti, a non voler prendere atto che un tale Paese, formalmente unificato solo con la monarchia federale instauratasi nel 1951, è stato veramente unitario solo dal 1969 al 2011 con il regime dittatoriale, spesso feroce, di Mu’ammar Gheddafi.

Solo chi non ha visto il famoso film storico “Il Leone del deserto” del 1981, con Anthony Quinn, censurato in Italia sino al 2009 perché “lesivo all’onore dell’Esercito italiano”, può scioccamente credere che la Libia possa essere pacificata con conferenze di pace svolte sotto l’egida dell’ONU e governata democraticamente.

E nessuno può affermare che la sciagurata uccisione di Gheddafi, che vede responsabile al primo posto la Francia di Nicolas Sarkozy, insieme a Gran Bretagna, USA e Italia, abbia risolto qualsivoglia problema, ma che invece ha creato le premesse per una sciagurata, criminale destabilizzazione politica dell’area.

Sarkozy e Gheddafi

Mai, nei millenni, la Libia era stata governata con mano ferma come con il regime di Gheddafi. Persino gli Stati Uniti nel 2006, dopo ben 25 anni di violenti contrasti, riallacciavano relazioni diplomatiche con la Libia, che finalmente depennavano dalla lista degli “Stati canaglia” e, nel 2008, anche l’Italia ristabilì eccellenti rapporti, non solo diplomatici, con la sua vecchia colonia.

Pure l’Unione Africana eleggeva Gheddafi suo Presidente di turno dal 2009 al 2010: ebbene, quello era l’uomo che l’Occidente voleva semplicemente eliminare per puri e biechi interessi economici, ignorando dolosamente che ciò avrebbe scatenato quell’inferno che ben abbiamo conosciuto dal 2011 ad oggi, a partire dalla tratta delle persone che ha riempito l’Italia e buona parte dell’Europa di una moltitudine di miserabili provenienti dall’Africa continentale.

Anche in questo aspetto la storia ci avrebbe facilmente messo in guardia perché la Libia ha una tradizione antichissima, florida e probabilmente mai interrotta nella tratta degli schiavi.

Queste non brevi considerazioni ci permettono di concludere che solo una asimmetrica azione di forza, con l’assunzione dei pieni poteri da parte di un “uomo forte”, può pacificare la Libia di oggi e consentirgli di tornare a offrire una immagine accettabile per un paese arabo, di cultura e religione islamica, assolutamente refrattario ed incapace ad una condivisione di poteri propria delle democrazie occidentali, ma sempre disponibile a fare affari con interlocutori esteri che non si preoccupino troppo di interferire nei suoi affari interni, come forse – pro bono pacis – è giusto che sia.

Ne è riprova la immediata fuga da quel territorio del contingente USA e di tutti gli attori internazionali, dalle decisioni e dalle iniziative di pacificazione dell’ONU, della Francia, degli Stati Uniti, dell’Italia, della inesistente politica estera dell’Unione Europea, che per bocca della sua Alta Rappresentante Federica Mogherini fa sapere che il 28 aprile si potrà forse parlare del problema.

Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri e la politica di sicurezza

Addirittura il 28 aprile. Giova ricordare anche la tragica fine nel 2012 dell’ambasciatore americano Christofer Stevens – che si illudeva di poter istituire un sistema democratico anche in Libia – assassinato nel corso di una protesta popolare, culminata nell’assalto alla rappresentanza diplomatica di Bengasi.

Intanto, la Russia – chiarendo esplicitamente la sua posizione – avrebbe pure bloccato una dichiarazione ONU che condannerebbe l’iniziativa del Generale Haftar, mentre la Francia – a fronte di gravi recriminazioni di Al Serraj – si affanna a dichiarare di non avere un esercito segreto in Libia che spalleggia le truppe dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) .

Dunque, la Libia di Haftar – sorretta, silenziosamente ma non troppo, da paesi di tutto riguardo come ad esempio Russia, Francia ed Egitto – fa paura ai grandi del mondo, che prendono rispettosamente le distanze. Gli unici che invece appaiono confusi e disorientati, ma che al solito si sono schierati dalla parte debole, sicuramente perdente, investendo però soldi, cedendo naviglio, mettendo a disposizione personale militare e civile, sono gli italiani, notoriamente da decenni senza una loro vera politica estera e senza neppure un vero Governo.

Appare evidente che a questo punto non ha nessun rilievo un esame minuto per minuto dell’evolversi delle azioni militari in atto.

Lo stesso vice presidente del Consiglio del Governo di Unità Nazionale, Al-Qatrani, ha annunciato le sue dimissioni accusando Al Serraj di aver violato l’accordo politico sulla Libia e di sostenere pertanto le operazione dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) di Haftar a Tripoli.

Il vice presidente del Consiglio del Governo di Unità Nazionale, Al-Qatran

Così mentre Haftar, politico esperto ed eccellente capo militare, può contare su forze organizzate e bene armate e sul sostegno e supporto di alleati sicuri ed importanti, ad Al Serraj – controllato dalle milizie della Tripolitania e delle quali è assolutamente succube – non resta che affidarsi a laconiche dichiarazioni bellicose in cui non può credere neppure lui, perfettamente consapevole che dalla sua parte ci sono forse solo auspici per un futuro migliore (probabilmente lontano da Tripoli e dalla Libia) da parte dell’ONU.

Il movimento di truppe di Haftar

Il Generale Haftar presto sarà arbitro incontrastato dei destini del Paese e potrà assumerne la guida direttamente o, magari, tramite il figlio superstite di Gheddafi, Saif, che riscuoterebbe già ora molta fiducia di gran parte della popolazione.

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