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Grande Guerra: 15 giugno 1918, quando l’Artiglieria disse no al nemico. Storia della Battaglia del Solstizio

Di Fausto Vignola*

Vicenza. Alle prime luci dell’alba del 15 giugno 1918 l’Austria-Ungheria, forte del più potente schieramento di uomini e mezzi di tutto il conflitto, scatenò una poderosa offensiva con l’unico e fondamentale obiettivo di sconfiggere definitivamente l’Italia.

La battaglia del Solstizio del 15 giugno 1918

Da quel giorno, l’Arma di Artiglieria del nostro Esercito celebra la sua festa ricordando gli eventi di quella battaglia.

Le ricorrenze, in campo militare, sono momenti di profondo significato il cui scopo è quello di stigmatizzare particolari fatti d‘arme o di eroismo da tramandare alle nuove generazioni come simbolo di fierezza e di attaccamento al servizio ed alla Bandiera.

Allora cosa rappresenta per l’Arma di artiglieria il 15 giugno?

Per comprenderlo è necessario ripercorrere quei giorni di lotta che, dagli Altipiani fino al mare Adriatico, coinvolse centinaia di migliaia di combattenti e che fu seguita con apprensione anche nei fronti interni: tutti, in Italia ed in Austria, erano coscienti che si trattava dell’ultima battaglia, i cui risultati avrebbero deciso la sorte del conflitto.

Si trattava della Battaglia del Solstizio, come poeticamente venne rinominata da Gabriele D’Annunzio, altrimenti più tecnicamente chiamata “Offensiva nel Veneto” dallo Stato Maggiore Austro-Ungarico. Il fatto d’arme reiterava in pratica gli sforzi offensivi austro-ungarici iniziati a Caporetto e proseguiti con il primo tentativo di superare il Piave nel novembre del ‘17.

Il nome di Caporetto, villaggio ignoto ai più fino al giorno dell’ offensiva austro-tedesca, costituisce ancora oggi nell’immaginario collettivo degli italiani la sintesi di una rovinosa sconfitta e di una conseguente tragica ritirata. La notte del 24 ottobre 1917, l’irresistibile pressione esercitata dai soldati tedeschi giunti in supporto a quelli austroungarici provocò il crollo del fronte e l’arretramento di tutto il nostro esercito che riuscì a costruire una linea di difesa efficace solo sul Piave. Lì gli attaccanti si fermarono. Ma nei loro piani si trattava di una situazione temporanea in attesa della vittoria che ritenevano a portata di mano alla luce delle considerevoli difficoltà in cui versava l’Esercito italiano.

Il successo di Caporetto aveva talmente galvanizzato le alte sfere austro-ungariche al punto da giungere ad escludere spontaneamente in qualsiasi processo decisionale l’ipotesi di una ripresa da parte italiana, particolarmente dal punto di vista psicologico e morale. Una posizione di certo sopra le righe che può essere sicuramente compresa fra i fattori determinanti della sconfitta nelle successive battaglie fino a quella finale.

La mappa della battaglia di Caporetto

Anche i piani per la “Battaglia del Solstizio” peccarono di questa presunzione.

Nella primavera del 1918 l’Austria viveva un momento di grande difficoltà: da un lato subiva una forte pressione da parte dell’alleata Germania che intendeva chiudere la partita sul fronte italiano per potere disporre di nuove forze da gettare su quello francese, dove concludere vittoriosamente il conflitto. Allo stesso tempo sul fronte interno si facevano sempre più pressanti le spinte autonomistiche dei suoi popoli mentre la crisi economica ed in particolare quella alimentare, provocavano nella popolazione malumori difficilmente gestibili.

In tale situazione l’imperatore Carlo che era orientato a iniziare trattative separate per ottenere un armistizio venne convinto a tentare un’ ultima e definitiva carta: un attacco senza precedenti all’Italia finalizzato alla conquista di tutta la pianura Padana con due obiettivi primari: la resa del nemico e la disponibilità di un ampio bottino di cui il grano del Veneto, ancora da mietere, era il simbolo. Per la prima volta la decisione provocò incertezze anche nei disciplinatissimi ambienti militari tanto che si giunse a parlare di “offensiva della fame”.

Se di ultima carta si trattava, non erano prevedibili altri risultati se non il completo successo che doveva essere cercato anche con la massima disponibilità di uomini e mezzi. Nonostante le difficoltà crescenti, lo Stato Maggiore Imperiale riuscì ad organizzare un complesso d’attacco di circa 42 divisioni supportate da 5.000 cannoni e 540 aeroplani. Dall’altra parte del fronte erano schierate 25 divisioni (di cui 3 britanniche, 2 francesi), 4.000 bocche da fuoco e 656 aeroplani.

Fortissima fu anche l’attività di propaganda fra i soldati ai quali, oltre alle ormai rituali esortazioni alla punizione degli italiani traditori, si faceva per la prima volta presente che del grasso bottino che attendeva al di là del Piave avrebbero beneficiato anche le famiglie in patria. Per questo e soprattutto per evitare lo spreco provocato con l’avanzata di Caporetto, erano ben note le immagini delle botti di vino sfondate e il loro contenuto irrimendiabilmente disperso, vennero addirittura costituite delle unità di requisizione.

Malgrado una così attenta cura dei dettagli, l’intero piano nacque viziato da un problema non di poco conto ovvero dal contrasto tra due dei maggiori protagonisti della battaglia: i generali Conrad e Boroevic.

Il primo, comandante dell’Armata del Trentino propose, nonostante la sconfitta del 1916, un nuovo attacco dagli Altipiani mentre l’altro, comandante della Isonzo Armée schierata sul Piave, proponeva un attacco attraverso il fiume. L’imperatore decise salomonicamente che ognuno avrebbe condotto le operazioni secondo il suo piano generando così un’azione a tenaglia che si sarebbe chiusa nella pianura veneta.

Tale soluzione, se poteva sembrare opportuna dal punto di vista della ricerca del compromesso agli alti vertici di comando, perdeva completamente di vista uno dei principi fondamentali della guerra su cui si sarebbe potuta giocare la carta della vittoria. L’operazione a tenaglia così delineata, infatti, distribuiva omogeneamente le unità su tutto il fronte, circa 120 chilometri, mentre sarebbe stato più che mai opportuno individuare il punto dove concentrare lo sforzo principale che, tra l’altro, non sarebbe stato difficile alimentare nel modo dovuto dato il consistente numero di uomini e materiali disponibili.

In conclusione furono previste tre “mosse”: l’operazione Lavine, nell’area del Passo del Tonale, con scopo principale di carattere diversivo al fine di richiamare riserve avversarie e come obiettivo l’avvicinamento a Milano; l’operazione Radetzky (il generale che represse i moti italiani nel 1848) al comando del generale Conrad da sviluppare nell’area degli Altipiani e del Grappa con obiettivo la pianura vicentina; l’operazione Albrecht che prevedeva il forzamento del fiume Piave e l’attacco in direzione di Treviso, sotto i comandi del Leone dell’Isonzo, generale Boroevic.

Una battaglia dagli esiti incerti, come evidenziato dallo stesso Boroevic, che suggerì invano di risparmiare le truppe per difendere l’impero dall’imminente disgregazione.

Sull’altra sponda del Piave l’Esercito italiano attendeva e si preparava.

Molte cose erano mutate dopo Caporetto, a cominciare dal cambio al vertice: il Generale Armando Diaz aveva sostituito nella carica di Capo di Stato Maggiore il generale Luigi Cadorna caduto sotto il peso delle responsabilità della ritirata reclamate anche dagli alleati. Il quadro operativo che si presentava al nuovo comandante, risultato della ritirata dall’Isonzo e dell’attestamento sul Piave, definiva un fronte più corto (300 chilometri anziché 650), linee logistiche più brevi, apprestamenti difensivi, come quello del Monte Grappa, già in opera anche per merito del suo predecessore. Sono altrettanto note, tra le altre, le innovazioni portate da Diaz nel campo del benessere del personale, nella revisione e nel potenziamento delle unità combattenti, il miglioramento del servizio informazioni e lo snellimento delle linee di comando.

Il Generale Armando Diaz

L’Esercito poteva, dunque, attendere il nemico senza temere sorprese, grazie anche alle numerose ed attendibili informazioni raccolte circa i piani avversari.

Ma nulla si può fare se una complessa e delicata organizzazione come quella militare non gode di compattezza e in quei momenti, segnati dalle dure prove di Caporetto, non c’era ancora la convinzione della solidità morale dei nostri soldati. La vera risposta, la chiave per la Vittoria, venne dagli stessi soldati, uomini provati ma non sconfitti, che videro nel Piave il limite insuperabile per la difesa delle loro terre, delle loro famiglie, del loro futuro. Un vero miracolo, come molti lo definirono, che meravigliò il mondo intero.

Un Generale austriaco ebbe a dire: “Pare quasi incredibile che un Esercito, il quale usciva da una catastrofe così immane come quella di Caporetto abbia potuto risollevarsi così rapidamente”.

Con queste premesse, il 13 giugno scattò l’operazione Lawine che non produsse alcun risultato tantomeno riuscì nell’intento di distrarre le nostre riserve perché dopo poche ore dal suo inizio aveva già perso ogni potenza offensiva. Durante la notte sul 14 il nemico ripiegò sulle sue posizioni facendo ritenere, come d’altronde usuale, che si sarebbe ripresentato il giorno successivo con truppe fresche. Non fu così.

Recita la relazione Ufficiale Italiana “pare che queste (le unità di riserva) avessero subito, nella loro posizione di attesa, perdite così gravi ad opera della nostra artiglieria, che il Comandante della 10° Armata austriaca non ritenne di impiegarle, decidendo di por termine all’attacco”.

Apparve chiaro fin dalle primissime battute dell’offensiva l’importante ruolo che l’artiglieria italiana sostenne nel corso della Battaglia del Solstizio. Applicando una nuova dottrina, non si era limitata, come fino ad allora era accaduto, ad ostacolare il movimento delle fanterie all’attacco solo dopo il loro scatto dalle trincee ma aveva compreso l’importanza di un intervento potente e coordinato sulle stesse e sui centri vitali avversari nei momenti precedenti all’attacco.

I tempi erano dunque cambiati. Finita la fase delle grandi offensive l’Esercito era passato alla difensiva, concetto che gli artiglieri interpretarono in termini dinamici sviluppando azioni di fuoco finalizzate alla ricerca e distruzione del nemico all’interno delle sue linee per ridurne l’iniziativa e l’aggressività.

Per il Generale Diaz l’azione difensiva era compendiata da poche ma chiare parole: agire “da dietro verso l’avanti”. Quindi riduzione del numero di uomini e cannoni (e relative perdite) a ridosso della prima linea, dilatazione dei dispositivi per imbrigliare eventuali penetrazioni contro le quali sarebbero state pronte ad intervenire consistenti riserve.

In sintesi, l’attacco nemico doveva essere infranto col fuoco dell’artiglieria e col movimento, concretizzato dai contrattacchi della fanteria.

Parlando in termini artigliereschi, nasceva la tecnica della contropreparazione intesa come energica reazione alla preparazione avversaria all’attacco. Il suo esordio, inatteso dal nemico, produsse effetti materiali e psicologici devastanti.

Quando, alle 3 del mattino del 15 giugno le artiglierie austriache iniziarono la preparazione (convenzionale e a gas) sulle nostre linee e le fanterie cominciarono a muovere verso le aree di concentramento, furono investite da un violentissimo fuoco di reazione tanto che in alcuni casi nei comandi avversari si arrivò a pensare ad un concomitante inizio di un’offensiva da parte italiana.

In alcuni casi, come sugli Altipiani dove l’ottimo Servizio Informazioni della 6° Armata aveva assunto dati certi, la contropreparazione fu addirittura anticipata con gli effetti che si possono immaginare: reparti di fanteria colti in movimento ed allo scoperto, interruzione delle comunicazioni in un momento così critico, concentramenti di fuoco sulle batterie avversarie di tale potenza e precisione da ridurne sensibilmente l’efficienza. In questo settore il nemico, che aveva pianificato di raggiungere Vicenza nella prima giornata di battaglia, dovette accontentarsi di ben più magri risultati.

Anche sul Monte Grappa la pressione austro-ungarica subì una forte flessione per effetto del fuoco di contropreparazione iniziato contemporaneamente a quello avversario. L’attacco austro-ungarico a cavallo del Brenta, con l’obiettivo di sboccare in pianura, fu velocemente arrestato. Inoltre. l’intervento dell’artiglieria risultò così rilevante da rendere vano l’intervento delle riserve austro-ungariche che furono decimate durante la marcia di avvicinamento alla linea di combattimento.

Sul Piave l’azione si concentrò sulle unità che si predisponevano a forzare il corso d’acqua. L’attraversamento risultò difficilissimo. I reparti che raggiunsero la nostra sponda, formati da soldati eroici capaci di grandi sacrifici, avevano perso la forte motivazione iniziale e non riuscirono a consolidare le importanti conquiste sul Montello e delle teste di ponte di Fagarè e Musile.

Se la contropreparazione costituì la vera sorpresa tattica della battaglia, non fu di meno la successiva fase di sbarramento, protrattasi senza interruzione fino alla fine dei combattimenti ed eseguita in stretto coordinamento con l’aviazione e la fanteria che reiterava massicci e sanguinosi contrattacchi. Sul Piave, in particolare, non si interruppe mai l’azione di interdizione di ogni tentativo di attraversamento con la distruzione sistematica di ponti e passerelle. In queste condizioni, le truppe riuscite a passare sulla riva di qua del Piave si trovarono nella penosa condizione di combattere con il fiume alle spalle su una esigua striscia di terreno. Furono distrutti 60 ponti, 200 pontoni e 1300 imbarcazioni.

Il 23 giugno, dopo otto giorni di accaniti combattimenti e di un incessante fuoco di artiglieria, il Comando austro-ungarico, preso atto del fallimento dell’operazione, disponeva lo sganciamento delle truppe ed il loro ripiegamento sulle basi di partenza. La battaglia era finita.

Rimanevano sul terreno tra morti, feriti e dispersi 118.620 soldati imperiali e 85.042 italiani.

Si trattò di un confronto di vastissime dimensioni, combattuto su una fronte ininterrotta di 120 chilometri, atteso dagli italiani e predisposto nei minimi dettagli dal nemico che puntava tutto sull’impeto del primo giorno. Stroncato l’urto iniziale, la stessa sera del 15 l’offensiva poteva essere considerata fallita. Le masse d’attacco nemiche, numericamente prevalenti e sostenute da una fortissima massa di artiglieria non andarono mai oltre il successo locale.

L’Esercito italiano e la sua Artiglieria avevano dimostrato tutta la maturità conquistata in anni di sacrifici e lutti nelle trincee e sulle cime dei monti.

Lo storico Gianni Pieropan, facendo un consuntivo della Battaglia del Solstizio, individua nell’Altopiano dei Sette Comuni il settore della battaglia che incise maggiormente sul fallimento dell’offensiva austro-ungarica. Lì l’azione della nostra 6° Armata aveva esercitato una “funzione decisiva nell’economia della battaglia rendendo subito inerte il grosso dell’11° Armata fino a coinvolgerne anche l’aliquota operante sul Monte Grappa e così paralizzando il Gruppo di Armate del Tirolo. Simile risultato spettava in primo luogo all’Artiglieria”.

*Generale di Brigata Carabinieri (Riserva)

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