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Iraq, il denaro e le milizie: il vero terreno dello scontro tra Washington e Baghdad

Di Giuseppe Gagliano*

WASHINGTON D.C. Se le notizie rilanciate da Al Hadath fossero confermate in tutta la loro portata, ci troveremmo davanti a un salto di qualità nel confronto tra Stati Uniti e Iraq. Non più soltanto minacce, sanzioni mirate o raid contro capi delle milizie filoiraniane, ma l’uso congiunto di tre strumenti decisivi: la sicurezza, la leva diplomatica e soprattutto il controllo del dollaro.

Alcune fonti regionali sostengono, infatti, che Washington abbia sospeso il coordinamento della sicurezza con Baghdad, bloccato l’invio di dollari al sistema bancario centrale iracheno e fermato i servizi consolari nel Paese; ma su questo punto esiste già una smentita della Banca centrale irachena, che ha definito inesatte le notizie sullo stop ai trasferimenti di valuta. Resta però il dato politico: gli Stati Uniti stanno alzando la pressione sull’Iraq come mai negli ultimi mesi.

Il dollaro come arma strategica

In Iraq il dollaro non è una questione tecnica, è una questione di sovranità. Chi controlla il flusso della valuta americana condiziona il commercio estero, il sistema bancario, la stabilità del dinaro e perfino la tenuta sociale del Paese.
Washington lo sa benissimo e da anni usa questo strumento per limitare il riciclaggio, il finanziamento illecito e soprattutto i canali di aggiramento delle sanzioni verso Iran e Siria.
Già in passato gli Stati Uniti hanno colpito banche irachene, restringendo l’accesso alle transazioni in dollari. Un eventuale irrigidimento generale, se davvero venisse applicato, colpirebbe il cuore della fragile architettura finanziaria irachena e manderebbe un messaggio chiarissimo: nessun governo può restare ambiguo tra l’ombrello americano e le milizie legate a Teheran.

Veduta panoramica della capitale irachena Baghdad

La lettura militare: colpire le retrovie invece del fronte

Dal punto di vista strategico-militare, la mossa americana avrebbe una logica precisa. Gli Stati Uniti sanno che smantellare con la sola forza le reti paramilitari sciite integrate nello Stato iracheno è quasi impossibile senza trascinare il Paese nel caos.
Per questo scelgono di colpire le retrovie del problema: le coperture istituzionali, le protezioni politiche, i margini economici e logistici. La sospensione dei servizi consolari e il mantenimento di una postura di massima allerta per il personale diplomatico indicano che Washington considera ormai il territorio iracheno non più come un alleato imperfetto, ma come uno spazio penetrato da attori ostili.
È una valutazione pesante, perché implica che il rischio non venga più attribuito soltanto alle milizie, ma a pezzi dello stesso apparato statale.

Baghdad stretta tra due dipendenze

Il dramma iracheno è tutto qui: non può fare a meno degli Stati Uniti, ma non riesce a liberarsi davvero dell’influenza iraniana.
Sul piano della difesa, Baghdad ha ancora bisogno di cooperazione, intelligence, copertura diplomatica e sostegno finanziario occidentale. Sul piano interno, però, larga parte degli equilibri politici passa da forze che convivono, trattano o dipendono dalle milizie sciite filo-iraniane. Washington interpreta questa ambiguità come complicità.
Baghdad la vive come necessità di sopravvivenza.
Il problema è che, quando la tensione regionale sale, gli spazi per l’ambiguità si riducono fino quasi a sparire.

La posta geopolitica

Sul piano geopolitico, l’Iraq torna a essere il cuscinetto instabile fra due sistemi di potere: quello americano e quello iraniano. Non è una novità storica, ma oggi il quadro è più grave perché si innesta in una fase di scontro più ampio in Medio Oriente.

Se Washington usa il linguaggio delle “milizie terroristiche alleate con l’Iran”, non sta soltanto denunciando una minaccia alla sicurezza: sta preparando il terreno per una ridefinizione dei rapporti con Baghdad. In sostanza, gli Stati Uniti stanno dicendo al Governo iracheno che non sarà più tollerata la doppia appartenenza. O si resta dentro un quadro di cooperazione controllabile, oppure l’Iraq verrà trattato come un anello vulnerabile della rete iraniana.

Gli scenari economici

Gli effetti economici di una vera stretta americana sarebbero immediati. Più tensioni sul mercato valutario, maggiori difficoltà nelle importazioni, pressione sui prezzi interni e ulteriore sfiducia nel sistema bancario. In un Paese dove la stabilità politica dipende anche dalla distribuzione di rendite, salari pubblici e capacità di assorbire disagio sociale, una crisi del dollaro si trasformerebbe rapidamente in crisi politica.
E qui emerge la dimensione geoeconomica dello scontro: gli Stati Uniti non devono occupare l’Iraq per condizionarlo, basta rendere incerto il suo accesso alla moneta che regge i suoi commerci e la sua finanza.

Il messaggio finale di Washington

Il punto centrale, al di là delle conferme ancora parziali su alcuni dettagli, è che gli Stati Uniti stanno passando da una gestione tattica del dossier iracheno a una pressione sistemica.
Sanzioni ai comandanti delle milizie, allerta diplomatica, minaccia finanziaria, delegittimazione di settori dello Stato: è il linguaggio di chi non vuole più contenere il problema, ma ridefinire gli equilibri.
Resta da capire se Baghdad abbia ancora la forza di sottrarsi a questa morsa o se finirà, ancora una volta, schiacciata tra la dipendenza dal dollaro americano e l’ombra lunga delle milizie filo-iraniane.

*Presidente Centro studi strategici Carlo De Cristoforis (Cestudec)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Written by Report Difesa

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