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Kosovo: la “guerra delle targhe” torna a far crescere la tensione in una terra di questioni mai risolte

Di Fabrizio Scarinci

PRISTINA. La cosiddetta “guerra delle targhe” torna a far alzare il livello della tensione tra Serbia e Kosovo.

Dopo i diversi rinvii dei mesi scorsi, infatti, Pristina avrebbe definitivamente dato il via alla progressiva entrata in vigore della legge che obbliga tutti i cittadini residenti (inclusi, quindi, quelli appartenenti alla minoranza serba) al possesso di targhe automobilistiche kosovare.

In particolare, ai sensi di quanto stabilito, coloro che sceglieranno di non adeguarsi potrebbero incappare in ammonimenti verbali fino al 21 novembre, in una sanzione pecuniaria di 150 euro nel periodo compreso tra quella data e il prossimo 21 gennaio (giorno a partire dal quale sarà possibile utilizzare targhe provvisorie) e nel completo divieto di circolazione dal 21 aprile in poi.

Agenti della Polizia Kosovara

La scelta di procedere con gradualità non è però riuscita ad evitare le proteste nelle aree del Paese a maggioranza serba, dove, nei giorni scorsi, alcuni abitanti di etnia serba avrebbero dato alle fiamme diverse auto già reimmatricolate.

Nelle ultime ore, poi, la situazione si sarebbe ulteriormente aggravata con la fuoriuscita di diversi parlamentari e poliziotti kosovari di etnia serba dalle Istituzioni di cui erano parte; cosa che potrebbe far sospettare la loro volontà di porre in essere azioni violente finalizzate allo sganciamento dal Kosovo (e alla conseguente riannessione alla Serbia) delle sue regioni settentrionali, notoriamente a maggioranza serba.

Decisamente contrariato dalla scelta di Pristina anche lo stesso governo di Belgrado, che nei giorni scorsi avrebbe voluto mostrare il tutto proprio disappunto anche mediante la conduzione di esercitazioni militari a ridosso della linea di confine, a cui le forze kosovare avrebbero risposto con maggiori pattugliamenti e con l’utilizzo di droni-spia (di cui uno, almeno stando a quanto dichiarato dal Ministero della Difesa serbo, sarebbe anche stato abbattuto).

Nella mattinata di ieri il Presidente serbo Aleksandar Vucic avrebbe, inoltre, conferito con gli ambasciatori di Russia e Cina, che, come noto, non hanno mai voluto riconoscere l’esistenza dello Stato kosovaro e hanno più volte espresso il proprio sostegno alla Serbia riguardo a tutta vicenda inerente il conseguimento dell’indipendenza da parte di Pristina.

Il Presidente serbo Aleksandar Vucic

Dal canto suo, nel corso delle ultime ore il Primo Ministro del Kosovo Albin Kurti avrebbe dichiarato di aver ribadito durante un colloquio telefonico con l’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza Josep Borrell come non vi sia alternativa al dialogo e alle Istituzioni.

In generale, dal punto di vista occidentale la nuova legge viene considerata pienamente legittima, anche se, a quanto pare, sia USA e che l’Unione Europea avrebbero chiesto a Pristina di rinviarla di una decina di mesi al fine di placare gli animi.

Ciò che si teme maggiormente è che i russi possano cercare di sfruttare le tensioni in corso (che, come tutti sanno, non sono nate ieri) al fine di creare un ulteriore problema ai propri nemici occidentali, che dall’inizio della guerra in Ucraina hanno garantito a Kiev un supporto a dir poco fondamentale.

Il Primo Ministro kosovaro Albin Kurti

Non a caso, infatti, nel corso delle ultime ore anche la KFOR avrebbe ribadito il suo impegno nel monitorare la situazione in stretta cooperazione con le autorità di Pristina e Belgrado, che avrebbe anche esortato a conservare i progressi fatti nel creare un’efficace cornice di sicurezza per tutti gli abitanti del Kosovo e a risolvere i problemi attraverso il dialogo.

Quanto al nostro Paese, il ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani ha, invece, dichiarato di aver sentito sia il Presidente serbo Vucic che il Premier kosovaro Kurti e di aver assicurato loro l’impegno dell’Italia per la stabilità nei Balcani.

Una dichiarazione, se vogliamo, anche doverosa, alla quale ci si augura, però, che possano seguire iniziative più concrete e strutturate, non solo al fine di gestire la crisi in corso, ma anche al fine di delineare una chiara linea d’azione politico-strategica (che sembrerebbe mancare da almeno un paio di decenni) rispetto ad un’area di cruciale importanza per i nostri interessi nazionali.

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