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Pubblica Amministrazione: il machete del G.I. Crosetto e la burocrazia “vietcong”

Di Marco Petrelli*

ROMA. Se potessimo disegnare Guido Crosetto in lotta con la burocrazia, forse lo rappresenteremmo come un G.I. statunitense che taglia la giungla del Vietnam infestata dai “Victor Charlie”, termine che nel lessico militare USA indicava la combattiva guerriglia comunista che, nel corso della guerra, si era infiltrata ovunque.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto

In Italia “Victor Charlie” è la burocrazia stessa infiltrata dappertutto, percorrendo un sentiero che
attraversa un secolo e mezzo di storia italiana.

Il boulevard di Ho Chi Minh della burocrazia italiana, infatti, affonda le radici nell’Unità.

Ma è con la costruzione dell’apparato di Pubblica Amministrazione del fascismo che la burocrazia si solidifica. Enti statali e parastatali, nati con il fine di ammodernare la Nazione, finiscono per essere strumento di consenso del regime poiché garantiscono occupazione e non solo.

Nel 1982, intervistato da Enzo Biagi, Indro Montanelli  lanciò una delle sue proverbiali (quanto veritiere) stoccate: “Mussolini capì che per piacere agli italiani bisogna dargli una piccola fetta di potere con
diritto di abusarne”.

Il grande giornalista Indro Montanelli

Non è un caso che alcuni dei termini ancora in uso, da capo classe a capo fabbricato, nascano proprio in quel periodo.

Certo l’intenzione non era (e non è!) creare autocrati, ma ciò è talvolta avvenuto e senza troppa difficoltà.

Pensateci: dal 1945 storici e politici hanno continuamente parlato di una “defascistizzazione” che, in vero, ha riguardato tutto fuorché l’apparato “viet-burocratico”.

Enti nati durante il fascismo sono sopravvissuti alla svolta repubblicana, magari con un nuovo nome e con
nuovi dirigenti, certamente perché se avevano garantito consenso ad una dittatura cosa avrebbe impedito ad essi di garantirlo ai partiti del sistema democratico?

In effetti è negli Anni della Ricostruzione che nasce il mito del “posto fisso”, del lavoro garantito, dello Stato che provvede ad ogni cosa e che, soprattutto, paga tutto.

“Intanto i debiti si ammucchiavano come conigli, tanto eran c*** i dei nostri figli” cantava il magistrale Checco Zalone ma mica solo per farci ridere al cinema!

L’arte è infatti una forma di denuncia e lui, fra uno sketch ed una battuta, è stato l’unico a denunciare con fermezza un mal costume di cui nessun altro sembra occuparsi.

L’attenzione generale di media e politica è stata a lungo concentrata su altri mali endemici come evasione e corruzione, quasi mai su quell’apparato che fra lungaggini e sprechi frena il pieno sviluppo del Paese.

Nel 2020 il Sole 24 Ore stimava in 200 miliardi gli sprechi della P.A. contro i 100 miliardi di euro dell’evasione.

Ciò certamente non giustifica gli evasori semmai, sommando il non dichiarato con lo sprecato, la cifra è da capogiro.

Il grande peso della burocrazia

In quasi 80 anni di Repubblica Italiana nessuno sembra essere riuscito a potare le ramificazioni del sistema burocratico. Qual è il suo anello debole?

Burocrazia è composta da due termini, il francese bureau che vuol dire ufficio ed il greco kràtos che sta per potere.

Il “potere dell’ufficio”, dunque, realtà compartimentata e chiusa dell’apparato, sovente ignara del
funzionamento di altri uffici e dipartimenti convinta, tuttavia, della sua unicità e della sua importanza.

Piccole dimensioni, granelli di sabbia che insieme bloccano gli ingranaggi produttivi.

Né la tecnologia (dalla Pec all’identità digitale) può scalfirle: al contribuente restano i passaggi obbligati di protocolli e procedure elaborati, in principio, per semplificare ma poi ridottisi ad appesantire il rapporto fra il pubblico ed il privato che, peraltro, hanno modi e tempi molto diversi fra loro.

Non pensate al burocrate come ad un uomo tronfio, il Colonnello Kurtz di Apocalypse Now che emerge dall’acqua per affermare il suo dominio.

Il Colonnello Kurtz di Apocalypse Now interpretato da Marlon Brando

Parliamo di persone comuni che obbediscono più per convenienza che per convinzione.

Cercare di diluire i tempi, di assicurare al cittadino, all’azienda o allo stesso personale pubblico un servizio efficiente potrebbe esporre se stessi e la propria carriera.

“Hai scavalcato quell’ufficio, il capo se l’è presa”.

Obbedienza figlia inoltre di un generale menefreghismo di taluni soggetti, incapaci di guardare oltre il limite della scrivania e del proprio tornaconto ed assolutamente indifferenti ai problemi al di fuori della
porta dell’ufficio. D’altronde lo stipendio a loro arriva uguale, “pirla” chi non lo ha garantito a fine mese e se i tempi amministrativi sono lunghi “non dipende da me”.

D’altronde neanche il più autocrate fra gli autocrati è in grado di affermare il suo potere senza l’aiuto, diretto o indiretto, di chi governa.

La sfida del G.I. Crosetto e del “MAC V SOG” di centro destra sarà dunque particolarmente dura.

Ma cinque anni sono lunghi e ciò che è cresciuto in un secolo e mezzo può  essere abbattuto anche in un lustro: la volontà, la decisione e la competenza fanno la differenza pure nelle situazioni in apparenza più disperate.

Sempre, chiaro, che non vi sia ostruzionismo da parte di alcuni settori, determinati a non “arrendersi”.

Che la vittoria del “Ministro G.I.” stavolta sia totale. Ne va della produttività del Paese, del suo pieno sviluppo e della ricostruzione di un importante, doveroso, saldo rapporto di fiducia fra Stato e Cittadini.

*Giornalista

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