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Sicurezza: aumentano le baby gang. Una mappa della Polizia criminale disegna il quadro delle presenze da Nord a Sud

Di Assunta Romano 

ROMA.  Il fenomeno delle baby gang sta assumendo, negli ultimi anni, un particolare rilievo nel dibattito pubblico italiano.

Una baby gang in azione contro un coetaneo

Da gennaio ad aprile scorsi sono stati pubblicati in Italia 1.909 articoli contenenti riferimenti a “gang giovanili” o “baby gang” su giornali o Agenzie di stampa nazionali e locali.

L’ultimo caso  è quello di un giovane trapper, Baby Gang, arrestato per una rissa a colpi d’arma da fuoco.

L’episodio è avvenuto alcuni giorni fa  nel pieno centro di Milano.

Per meglio definire e monitorare il fenomeno, il Servizio Analisi Criminale della Direzione Centrale della Polizia Criminale ha elaborato uno studio pubblicato  sul sito del Ministero dell’Interno.

Il logo della Polizia criminale

L’analisi è stata fatta in collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore, l’Università di Bologna, l’Università di Perugia e il Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità del Ministero della Giustizia.

I dati sono stati raccolti tramite questionari somministrati ai Comandi Provinciali dell’Arma dei Carabinieri, alle Questure e agli Uffici di Servizio Sociale per Minorenni (USSM).

Dai risultati emerge come le gang giovanili siano presenti nella maggior parte delle regioni italiane.

Sono, inoltre, in costante aumento in diverse aree del Paese.

Si tratta soprattutto di gruppi composti da meno di 10 ragazzi, in prevalenza maschi e con un’età compresa fra i 15 e i 17 anni.

Nella maggior parte dei casi i membri delle gang sono italiani. Meno frequenti i  gruppi composti da  adolescenti  stranieri.

Un’immagine della violenza delle baby gang

Nel rapporto si evidenzia, inoltre, la differenza ed un’evoluzione, nell’ultimo decennio, rispetto ai reati commessi sia da soli che in gruppi.

Oltre che a sottolineare una crescente efferatezza e di violenza “gratuita” in alcuni comportamenti come negli atti di bullismo.

L’analisi conferma come il fenomeno delle cosiddette “baby gang” sia molto variegato e complesso.

Sono almeno 4 i gruppi individuati. Ognuno ha proprie caratteristiche e diversa distribuzione sul territorio italiano.

Un primo gruppo, più consistente ma privo di una struttura organizzativa definita, è presente nei grandi centri urbani. Si distingue per azioni particolarmente violente.

Un’altra categoria  è rappresentata da ragazzi che si ispirano o hanno legami con organizzazioni criminali italiane. Sono soprattutto italiani e presenti nel Sud Italia.

Nelle aree urbane del Centro -Nord sono invece presenti gruppi  di prima e seconda generazione di stranieri.

Si  ispirano principalmente  a organizzazioni criminali estere.

L’ultimo gruppo esaminato dal rapporto  è rappresentato da adolescenti  in prevalenza italiani e appartenenti ad una struttura ben definita. Compiono soprattutto furti e rapine.

L’analisi si sofferma anche sulle cause alla base del dilagare del fenomeno della delinquenza minorile.

L’isolamento sociale  causato dalla pandemia, l’abbandono scolastico e la difficoltà d’inserimento nel mondo del lavoro sono tra i principali indicatori del disagio.

Rapporti problematici con le famiglie d’origine e difficoltà economiche possono ulteriormente spingere i giovani ad aderire ad una gang giovanile.

L’uso dei social network, infine, risulta essere uno strumento particolarmente influente nelle dinamiche di emulazione

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