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Turchia, un intervento scontato. Tutti i movimenti sul terreno di Ankara

Di Francesco Ippoliti*

Ankara. Il giorno 9 ottobre, nell’anniversario dell’espulsione dalla Siria di Abdullah Ocalan, il padre del PKK, la Turchia ha lanciato l’operazione “Peace Spring” nel nord della Siria contro le forze curde.

Il ritiro di un centinaio di unità americane presenti lungo la fascia di confine con la Turchia e sul territorio controllato dai curdi, è stato considerato quale invito ad iniziare l’operazione, il messaggio pubblico dato del Presidente Trump per la green light ad Erdogan.

Già da qualche settimana le unità USA erano affiancate da quelle turche per operazioni di ricognizione nel succitato territorio siriano, con numerose attività di recce fatte dalle forze aeree turche e dai loro droni. Con il tweet del Presidente USA di ritiro dalla fascia confine (ma sicuramente anche con la sua approvazione), Erdogan ha iniziato sia ad ammassare truppe che a spostare le unità Jihadiste a lui fedeli e presenti nell’area di Idlib e Afrin.

La stessa manovra di ammassamento delle forze turche e jihadiste fu effettuata nel febbraio 2019, quando il Presidente Trump aveva fatto lo stesso annuncio di ritiro, ma poi, anche per la significativa pressione internazionale che osteggiava tale decisione, non spostò le forze USA dall’area. Ad Erdogan non restò che riposizionare le unità sulle basi di partenza, con un considerevole costo economico. Intanto la pianificazione dell’operazione è sempre stata aggiornata con il supporto indiretto della NATO. La Turchia, infatti, ha il pieno accesso al sistema C3I della NATO, sistema sofisticato e ricco di dati informativi e con un sistema IMINT dettagliato.

La Turchia ha giustificato l’Operazione “Peace Spring” con 5 + 5 punti fondamentali:

  • La NATO, gli USA e l’Europa, hanno designato il PKK come un’organizzazione terroristica e il PYD e il YPG sono suo naturale braccio armato, quindi la Turchia ha il dovere di difendere i propri confini meridionali creando un corridoio di sicurezza profondo almeno 30 km;
  • Creare un corridoio di sicurezza denominato “corridoio di energia”, al fine di prendere il controllo delle numerose fonti di energia presenti nell’area in questione della Siria e dirottarle sulla provincia di Hatay, sbocco nel Mediterraneo attraverso l’area di Afrin (conquistata con la precedente operazione “Olive Branch”), così da non lasciarle in mano ai terroristi curdi che le utilizzerebbero per finanziare il terrore contro la Turchia;
  • Neutralizzare il terrorismo curdo che avrebbe causato numerose sofferenze al popolo turco;
  • Scardinare l’organizzazione PKK/PYD e YPG presente nella struttura demografica della regione;
  • Proteggere l’integrità territoriale della Siria, area che sarebbe stata occupata dalle forze curde

inoltre:

  • Debellare la presenza di tutte le organizzazioni terroristiche nella regione, comprendendo anche le cellule dell’ISIS, e da tutti i rischi che ne conseguono;
  • Riposizionare i rifugiati presenti in Turchia, circa 3.6 milioni di persone, avviare la ricostruzione delle infrastrutture per permettere ai siriani di ritornare alle loro terre in sicurezza. Lo stesso scopo fu attuato (secondo Ankara) anche nelle operazioni “Olive Branch” e “Euphrates Shield” (cacciando però oltre centomila curdi presenti nell’area);
  • I Curdi (forse) presenti nella Free Syrian Army (supportata da Ankara) vorrebbero liberare la loro terra dai terroristi del PKK/PYDe YPG e starebbero sostenendo l’operazione;
  • Scardinare i centri del PKK/PYD e YPG di coltivazione e produzione della droga nell’area nonché il suo commercio internazionale verso i mercati europei ed USA;
  • Fermare l’utilizzo di minori da parte del PKK/PYD e YPG nella loro organizzazione terroristica.

Questi sono i punti obiettivo che la Turchia ha inserito nei piani politico-operativi per giustificare l’intervento in Siria.

Punti alquanto discutibili ma condivisi dalla maggior parte del popolo turco, in atavica lotta contro la popolazione curda.

Le forze schierate ammonterebbero a circa 18.000 uomini tra esercito regolare turco e forze jihadiste pervenute dalle aree di Afrin e Idlib, aree nelle quali sarebbe stata imposta la sharia, la legge coranica. Tali forze sono le Free Syrian Army e il National Liberation Front raggruppate nel Syrian National Army. Esse godrebbero del pieno supporto operativo e logistico di Ankara (un costo non indifferente per le casse turche).

Le direttrici di attacco delle forze regolari turche sono principalmente due: quella di Tal Abyad e quella Ras al-Ain, mentre vengono fissate le posizioni di Kobane e Al Qamishly. Le forze jihadiste invece sono penetrate, al momento, nel settore centrale e sono avanzate velocemente verso la  statale M4 per tagliare i flussi delle forze curde. Dalla linea di confronto con l’area dell’Operazione “Euphrate Shield” non vengono segnalati movimenti significativi. Quindi principalmente al momento sono solo tre le aree di interesse, che stanno creando una divisione in sei parti delle unità curde e di fatto limitandone pesantemente la manovra.

Lo scopo acclamato da Erdogan è quello di creare una fascia di sicurezza con il confine turco di circa 30-40 km. Ma, analizzando le sue parole rilasciate ai media internazionali ed alcune immagini ufficiali, vi potrebbe essere un ulteriore obiettivo, quello di creare un triangolo compreso tra le località di Manbij, Raqqa, Deir ez-Zor e al-Malikiyah ove riposizionare la popolazione siriana rifugiata in Turchia, popolazione principalmente di religione islamica sunnita, per stabilire una sorta di protettorato turco. Protettorato turco che così si potrebbe estendere anche in Iraq ove le forze turche sono già presenti.

Erdogan illustra il movimento delle truppe

Questi sono stati gli scopi più o meno chiari per cui Ankara ha iniziato un intervento.

Dopo 48 ore dall’inizio dell’operazione fonti ufficiali turche affermano di essere penetrate in Siria con una punta massima di circa 15-20 km e di aver “neutralizzato” 415 terroristi, non vengono citati danni “collaterali” tra la popolazione civile in fuga.

Le reazioni internazionali non si sono fatte attendere. L’azione è stata condannata immediatamente da Egitto, Arabia Saudita, Israele, Emirati, Bahrein, Giordania, l’intera Lega Araba e la Comunità Europea (più o meno compatta), una parte dell’elettorato statunitense ma, soprattutto, sembrerebbe che una buona parte dei vertici militari USA non veda di buon occhio tale intervento militare. Infatti, alle parole del Presidente Trump il Pentagono ha risposto intimando la Turchia di fermare immediatamente ogni azione militare.

La Russia, pur condannando l’azione, parrebbe ipotizzare che abbia stretto sottobanco un accordo con Erdogan i cui risultati si potranno capire e comprendere in futuro, forse legati all’area di Idlib o forse legati a ipotetici programmi militari.

Anche le Nazioni Unite hanno condannato l’intervento turco. Il Consiglio di Sicurezza è stato riunito a porte chiuse ed al termine non è stata presa alcuna decisione e rilasciato alcun comunicato. Da qui risulterebbe chiaro che, nonostante le parole, Erdogan avrebbe avuto il permesso dai principali attori nello scacchiere per intervenire militarmente.

D’altronde lo spostamento al confine siriano delle unità turche nei giorni scorsi era evidente e con un chiarissimo intento; condannare ora l’azione è da quasi un masticare di ipocrisia ed un voler mostrare un buonismo allarmante.

Molti analisti già da qualche giorno avevano dato segnali chiari di allarme per gli intenti turchi ma forse qualche vertice politico ha preferito non ascoltare, o forse aveva già approvato l’operazione.

Dalle dichiarazioni rilasciate alla stampa internazionale, l’Europa è quella che è sembrata maggiormente in difficoltà, è sembrata esclusa da ogni decisone relegando il ruolo di protagonista solo agli USA, alla Russia ed all’Iran.

Lo stesso dicasi della NATO, ove, dopo roboanti silenzi, il Segretario Stoltenberg si è precipitato ad Ankara per ricevere assicurazioni sul ruolo della Turchia nella NATO, per condannare gli attacchi curdi verso il popolo turco e accogliere promesse sull’operazione in corso.

Stoltenberg ha assicurato che “una esclusione della Turchia dalla NATO è fuori discussione”, in qualche modo ha approvato l’operato turco in Siria, consigliando una “limitazione della forza”.

Anche le successive minacce di sanzioni verso Ankara sembrano alquanto pallide e lontano dall’essere applicate. Sembra quasi un voler dare il tempo alle Forze Turche di raggiungere gli obiettivi prefissati e successivamente poter imporre uno stop internazionale alle attività militari.

Quindi una buffer zone ed uno stato cuscinetto potrebbero riscuotere l’interesse internazionale per la soluzione dei 3.6 mln di rifugiati siriani, per la sicurezza turca e forse anche per i curdi.

La posizione dell’Iran invece sembra indirizzata verso altri obiettivi ed a breve e medio termine.

Rouhani ha dichiarato che la linea dell’Iran, nell’ultimo incontro tripartito in Ankara lo scorso mese con Russia e Turchia sulla Siria, è quella che solo l’apparato di sicurezza siriano deve garantire la stabilità nel paese, condannando la presenza di forze straniere (riferimento esplicito a USA e Francia) e riaffermando l’integrità del paese. Inoltre il presidente iraniano ha sottolineato che la sicurezza dei confini richiede il ritiro immediato delle forze USA dal territorio ed il coinvolgimento delle forze curde nella struttura regolare siriana, in quanto appartenenti alla nazione siriana.

Gli obiettivi che vengono sottolineati dalle parole di Rohuani sono appunto una fusione dei curdi con l’apparato statale siriano e la minaccia della regione di Idlib ove hanno trovato rifugio i terroristi evacuati dalle altre enclave siriane, come Gouhta e Duma.

Da tali affermazioni si sottolinea che la minaccia di Idlib interessa anche la Russia, vedasi gli sforzi nelle ultime settimane contro le forze jihadiste ivi dislocate, mentre l’Iran ha mire sulle forze curde dislocate ad ovest del fiume Eufrate.

Le mira iraniane potrebbero essere nel lembo siriano a sud di Deir ez-Zor, area ove insistono le principali risorse energetiche siriane (attualmente in mano ai curdi) e che sarebbe l’ultima regione  importante per il corridoio energetico iraniano che partendo dall’Iran potrebbe raggiungere il Mediterraneo.

Ecco perché tutto quello che ora sta succedendo sopra alla città di Deir ez-Zor sembra abbia importanza relativa alle mire iraniane.

Le minacce internazionali quanto potrebbero spaventare Ankara?

Analizzando alcuni dati si può affermare che i punti forti turchi, tra l’altro, sono:

  • Punto strategico per la NATO, al momento è impensabile perdere la sua collocazione geografica;
  • Ruolo strategico per la NATO, la Turchia è il secondo esercito dell’Alleanza per capacità e forza. Lo scorso anno ha incrementato il budget militare del 24%, portando la spesa a 22.3 mld di $;
  • E’ inserito nelle procedure operative standard NATO, con i suoi sistemi classificati e con i suoi segreti;

Alcuni punti deboli invece sono:

  • Le sanzioni giocherebbero un forte impatto negativo sull’economia turca, già pressata da un forte indebitamento;
  • Numerosi approvvigionamenti militari dipendono dalle forniture estere, in particolare Europa e USA (in particolare vedasi i carri Leopard, gli elicotteri da combattimento A-129 e gli aerei F16);
  • La gestione delle forze jihadiste che sono supportate da Ankara e che potrebbero ritorcersi contro.

Gli scenari che si possono immaginare al momento, in base agli attuali indicatori, portano a generiche ipotesi, ed in particolare:

  • Raggiungere gli obiettivi prefissati e creare una buffer zone ed uno “stato” cuscinetto con i profughi. In tal modo si potrebbe immaginare la creazione di due stati siriani, una sorta di Cipro 2, uno sotto Damasco ed uno sotto influenza turca;
  • Non raggiungere completamente gli obiettivi prefissati ma abbastanza da sgomberare i profughi dal territorio turco;
  • Fermare l’avanzata delle forze regolari sotto pressione internazionale e raggiungere importati obiettivi mediante le forze jihadiste fedeli ad Ankara;
  • Fermare l’operazione sempre sotto pressione internazionale e riprendere i colloqui politici interrotti, ma alimenterebbe un significativo malumore in seno alla compagine politica turca verso gli alleati, spingendo Ankara verso Mosca.

In sintesi, l’intervento che nessuno voleva, sarebbe stato accettato per la soluzione dei profughi,  per la volontà turca, per l’inizio di un parziale sganciamento dall’area delle forze USA, per obiettivi russi ed in particolare con quelli iraniani, ma soprattutto ha dimostrato una incapacità politica e diplomatica di risolvere la questione con il dialogo e con la fermezza che si addice a nazioni considerate leader nella geopolitica mondiale.

*Generale di Brigata Esercito (Aus)

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