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"Costellazioni": un viaggio anti-crisi tra l'Emilia e la Via Lattea

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Immaginate di trovarvi su una navicella spaziale lanciata dalla Pianura Padana e proiettata verso la galassia. Benvenuti a bordo: si parte proprio da qui, da quest’insofferenza generale e dal melodramma che stiamo vivendo, con l’obiettivo di lasciarci alle spalle la stratosfera del malessere generale scatenato dalla crisi economica, pronti a schivare le guerre stellari con cui i telegiornali ci scaraventano addosso notizie sadiche e psicologicamente distruttive. E soprattutto di ritornare al futuro, perché fortunatamente non vi è alternativa. Al giorno d’oggi, persino un ragazzino ha subito quel lavaggio del cervello per cui l’avvenire ha una connotazione negativa. Se gli domandassimo che cosa si aspetta dal domani, non è da escludere che faccia spallucce intonando No future, no future, no future for you, come urlavano esasperati i Sex Pistols nella Londra del ’77.

E’ in questa cornice di incertezze e sogni infranti che il 4 marzo 2014 fa la sua comparsa il disco che in molti stavamo aspettando, Costellazioni di Vasco Brondi, cantautore originario di Verona, ma particolarmente legato a Ferrara, meglio conosciuto con il nome del suo progetto musicale Le Luci Della Centrale Elettrica. Questa perla rara per la scena Pop-Rock alternativa italiana, vuole essere invece un telegiornale poetico, che invita chiunque sia ancora in grado di riscoprirsi e reinventarsi a partecipare ad una grande festa senza senso. Un disco come una costellazione, quindi, in cui ognuna delle quindici canzoni è una di quelle stelle che non ci è più concesso di scorgere nel cielo poiché siamo costantemente illuminati dalle luci artificiali, collegata alle altre da una trama indivisibile e insieme disconnessa, per illuminare questi tempi di crisi. Che cosa fareste per smettere di avere paura del buio? Io ci entrerei dentro portandomi l’accendino, vuole comunicare Vasco con ottimismo contenuto.
Si tratta di un componimento tragicomico, allegro e disperato, genialmente antitetico, perché la notte è buia, ma anche meravigliosa. E’ blu e piena di zanzare. Il disco che potrebbe consacrare la maturità artistica di Vasco Brondi, destinato a tutti coloro che cercano un centro di gravità almeno momentanea.
Le canzoni sono un insieme di violenze e di speranze, rumori di scontri e di feste, come dipinge il brano introduttivo La Terra, L’Emilia, La Luna, il cui titolo rivela le tre dimensioni su cui corre tutto l’album. Tra le diverse tappe in programma, possiamo così sostare in un bar ipotetico tra la Via Emilia e la Via Lattea, ma anche in un ambiente sonoro a metà strada tra un rave e una balera. Durante la vostra permanenza sullo space shuttle, si racconteranno storie piccole, ma che si vedono anche dalla luna che brilla sui sentieri, sui destini generali, che ci osserva da lassù un po’ come la Santa raffigurata in copertina, distratta e indifferente, ma al contempo protettrice di tutte le note e delle favole metropolitane narrate: storie di gente che parte e che resta, di cose che non cambiano mai che all’improvviso cambiano completamente.
Il disco è venuto alla luce grazie alle impressioni ricavate da un viaggio di sette mesi in giro per il mondo. Se viaggiare è l’unica attività che ci permette di guadagnare senza mai impoverirci, ma le nostre tasche sono momentaneamente vuote, possiamo tuttavia catapultarci dall’altra parte del  pianeta o addirittura dell’universo semplicemente premendo play scegliendo a caso una canzone di Costellazioni. E non dimenticate di chiudere gli occhi. Soffrite, gioite, arrabbiatevi, lasciatevi commuovere senza timore.
E qual è il miglior premio vinto in un viaggio, se non la possibilità di cambiare opinione? Chi resta sempre arroccato sulle proprie posizioni è destinato alla sconfitta. Noi vogliamo uscire, confrontarci, mischiarci, sporcarci, contaminarci. Diventare dei bastardi e dei meticci. Perché nasca qualcosa di nuovo. Così riporta il manifesto del festival tenutosi nel 2013, il cui nome è giustappunto Hai paura del buio?, che ha visto protagonisti, oltre allo stesso Vasco Brondi, artisti del calibro di Afterhours, Daniele Silvestri, I Ministri, Il Teatro Degli Orrori, Verdena e molti altri. E’ per questo desiderio di contaminazione che con Costellazioni si è attuato un cambiamento radicale da cui dobbiamo lasciarci stupire e, se vogliamo, incantare: ciò che più balza all’orecchio di un fan di vecchia data, ossia dai tempi del debutto con Canzoni Da Spiaggia Deturpata nel 2007, sono senz’altro i suoni, che si discostano di circa un abisso dai tre dischi precedenti. La differenza sta nell’approccio iniziale alla composizione: se in passato tutto nasceva da un block notes e una chitarra tra le braccia, tecnica che ha reso celebre il cantautore per i suoi versi da urlare o sussurrare a squarciagola quasi fossero slogan, ora queste stelle-canzoni sono nate da embrionali armonie fantasma, a partire da beat elettronici. Le parole sono state evocate spontaneamente dalle atmosfere musicali, quindi appaiono più fuse.
Prima di scrivere un testo, la parte musicale mi diceva che clima c’era in quella stessa storia, il sole o le nuvole, i palazzi e le colline o tutti e due, ha spiegato l’autore. Quando una canzone continua a parlare anche dopo la fine della voce, allora lo strumento funziona. E’ per questo che Costellazioni è un disco d’insieme – senza tuttavia sfociare in un concept album – da vivere attraverso tutti e cinque i sensi e non adatto ad un ascolto distratto, in sottofondo. Ci vuole tempo per ascoltare, e voglia di compromettersi, che oggigiorno sono materie rare, ma non per questo introvabili.
Ogni canzone sperimenta infatti arrangiamenti differenti, godendo di identità propria e distinguendosi nettamente dalle altre. In questo modo si avverte come un senso di straniamento: ci sono canzoni più veloci, più lente, maggiori, minori, con poche parole, con tantissime parole, con un’alternanza di agitazione e dolcezza. Inoltre, anche la continua miscela tra suoni elettronici e organici contribuisce a creare un forte impatto emotivo: archi, tromboni, elettronica e l’immancabile chitarra si alternano in armonie e disarmonie, che ben rispecchiano l’allegria malata tipica del nostro presente. Ci sono canzoni al pianoforte in cui si può pogare per l’intensità e la rabbia sprigionata dai temi trattati e canzoni velocissime e distorte da ascoltare dolcemente prima di addormentarsi.
Ad aprire le danze è il pezzo quasi programmatico La Terra, L’Emilia, La Luna. Poi si susseguono altre canzoni narrative e parlate, come la bellissima Macbeth Nella Nebbia e Le Ragazze Stanno Bene, che invita ad accettare la vita come una festa e a mettersi a ballare fuori dai bar come in certi posti dell’Ex Iugoslavia, scordandosi della crisi finanziaria e della disoccupazione, così come in un dopoguerra si cerca di dimenticare per ricostruire tutto da capo e ricominciare a vivere.
I Destini Generali celebra una specie di inno, un festeggiamento senza senso: evviva evviva la deriva economica! Non manca, però, il pensiero positivo, perché questo è solo un momento di crisi di passaggio che Vasco e il mondo stanno attraversando. Ma anche superando. Il video è essenziale e originale, con una ballerina dai capelli rossi che danza libera e indipendentemente dal mondo che va a rotoli, disegnando delle stelle sinuose con le mani.
Firmamento rompe improvvisamente questo clima di festeggiamenti agrodolci, imponendosi con un ritmo veloce e un distorsore potente. Allo stesso modo, dopo la commovente ballata Un Bar Sulla Via Lattea, l’ascoltatore-viaggiatore viene teletrasportato in men che non si dica in una sorta di discoteca con un inaspettato ritmo dance: così, anche Ti Vendi Bene è riuscita a conquistarsi il suo spazio insostituibile all’interno dell’album, aggiudicandosi la medaglia di canzone più azzardata.
Padre Nostro Dei Satelliti è invece una preghiera tecnologica, ma il cui concetto di fondo è drammatico e messo in evidenza dalla supplica Dio Onnipotente, dammi un lavoro qualunque, che ci costringe a riatterrare di colpo sul nostro pianeta, ricordandoci la situazione di degrado in cui siamo immersi.
Se la tematica del viaggio attraverso Paesi e Pianeti si manifesta in ogni singola strofa del disco e addirittura nelle parole non dette, è con 40 km, meraviglioso brano di chiusura, che raggiunge il suo apice: un ragazzo parte portando con sé la chitarra e il computer e se ne va in una città a 40 km. Tuttavia, il nostro trip di oltre 45 minuti per la galassia si chiude con un ritorno al punto di partenza, presumibilmente Ferrara, dove anche le rondini si fermano il meno possibile, dove tutto sembra indimenticabile. Perché in fondo, per quanto possa sembrarci inospitale e inadatto, è impossibile separarsi completamente dal luogo in cui siamo cresciuti e che brulica di ricordi della nostra gioventù. Viaggiare aiuta ad allargare i propri orizzonti, ma allo stesso tempo a ridimensionare certi falsi miti che ruotano attorno ai posti agognati o, nel caso dell’esperienza di Vasco, a metropoli come New York: una città da sempre etichettata come il centro del mondo, eppure, una volta che ci si trova lì, la favola iniziale svanisce ed emergono gli stessi problemi contro cui bisogna battersi in qualunque altro luogo della Terra.
In fondo, se dimentichiamo, se impariamo ad accettare la vita come una festa come fanno in certi posti dell’Africa, ogni luogo può andare bene ed essere il nostro centro gravitazionale, almeno momentaneo.

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