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La taverna del mancato frate – seconda parte

3 anni ago written by

di Michele Rubini

Gli asparagi infilati supini in pirofila avvolti nel grasso di maiale, velati con pangrattato, pepe e parmigiano italico. Il dottore del sangue sorseggiava, attenendosi scrupolosamente alla dottrina del galateo, un vino nero “Duca della Gogna” prodotto da uve  di Dovia del Predappio, un gusto cupo ed intenso. Aveva preparato quella che lui stesso definiva simpaticamente l’ultima cena, tutto premeditato e attentamente studiato sui libri di anatomia patologica. Nessuno avrebbe scoperto la causa della malvagia perversione omicida.

Quella sera a cena, come sempre, Diego parlava masticando, in avanzato stato di obesità, barba incolta, occhi strabici con bulbi oculari da camaleonte. L’occhio  sinistro guardava torvo i commensali, l’altro bramava  il cibo da ingurgitare, il respiro era  ansimante,  vaneggiava  senza mordersi la lingua. Diego il porco nonostante la delicatezza della frugale cena, eruttava dalle fauci traboccanti, lapilli di carne e saliva, balisticamente era un cesso con le armi, aveva timore e paura della polvere da sparo, ma aveva una favella pungente e pericolosa, parlava di politica, dalla svolta della bolognina di Occhetto, definito come un vile traditore sino alla formazione dell’ulivo e la vittoria di Prodi, definito come un Pirro. Aveva da ridire su tutto, tutto era sbagliato, tutto era erroneamente confuso, la sinistra era diventata una baldanzosa e brancaleonica  accozzaglia di gente dell’ex Democrazia Cristiana.  Aveva apostrofato Jorge Haider, leader maximo e indimenticabile fulgore dell’estrema destra austriaca definendolo come un represso omosessuale e  alcoolizato.

Il patologo clinico e Diego si odiavano con cordialità. Il patologo clinico osservava la testa di Diego e intravedeva un suino antropomorfo, il capo ovoidale, avrebbe voluto fosse stato un pallone carico di elio, uncinarlo in un occhio, avvicinare una fiamma dello zippo nero regalatogli da una puttana che si scopava per allenare il proprio cazzo turgido. Voleva farla scoppiare quella testa di merda ma non osava imbrattare le suppellettili del ristorante di brandelli di carne e cervella. Presto sarebbe diventato tutto di sua proprietà.

Diego la bestia immonda, aveva arrotolato un maleodorante tabacco cubano misto a una droga giamaicana che lui definiva naturale, mangiava  come un africano malfamato e beveva come un turpe rumeno alcolizzato, sembrava che  nel suo stomaco albergassero  voraci piranha brasiliani. Un melting pot di schifezze del sud del mondo, un immondo familiare, così era considerato dal patologo clinico.

Il patologo sperava in  una morte ab ingestis e non lo ascoltava, trastullava i suoi denti bianchi, perfettamente allineati e coperti , con la lingua ricercava i gustosi pezzi di suino che ammorbavano la sua spettacolare dentatura. Annuiva e sorrideva cordialmente, un altro molare libero, buttava giù tutto.

Moana, parlava del concittadino conosciuto all’estero, sposato e con due figli, era certa di prenderselo, scoparselo e lasciarselo alle spalle, aveva fotografato anche i pargoli di lui, destando stupore e meraviglia in alcuni concittadini.

Leila mangiava di lato e masticava come un fringuellino , non parlava affatto, sembrava abbastanza preoccupata per l’esito del concorso che avrebbe segnato un cambiamento netto e perentorio della propria vita, i suoi occhi sembravano assorti in un estasi di preoccupazioni e timori.

Armando  era davvero simpatico, dietro la scorza di uomo tutto d’un pezzo si nascondeva un essere umano affranto e disperato. Il sesso e il sesso femminile erano diventati al pari dello zero, infatti sembrava che durante la cena esistesse solo suo cognato. Non rispondeva alle provocazioni di Moana che con ironia lo punzecchiava “guarda c’è un corpuscolo di polvere infinitesimale sulla tua camicia”.

E nemmeno reagì quando Moana gli disse seriamente “un pezzo di maiale t’è caduto sul polsino della camicia”.

Continuava ad osservare il patologo clinico con un modo di fare catulliano, odi et amo, ebbe un sussulto quando Diego cercava di provocarlo parlando di politica, infatti stritolò un pezzetto di grissino che aveva nella mano destra. Un uomo tutto d’un pezzo. Il  mostro della laguna nera era molto più affascinante e innamorato.

Emma arrotolò gli occhi indietro, le pupille divennero bianche, la lingua fuoriuscì dalla bocca, si lasciò cadere col culo per terra, temevo si fosse fratturata l’osso sacro a causa del suo portamento scheletrico. Adagiai il corpicino su una aiuola accanto ad un rivenditore di palloncini carichi di Elio, raffiguravano gli eroi della Marvel in decomposizione, gli eroi in decomposizione della Marvel in effetti avrebbe un significato non veritiero.

Le legai un palloncino al polso che batteva flebile, Emma era svenuta per il dolore, era caduta per l’astinenza, Emma in ogni caso era morta nel giorno dell’ultima cena.

Le infilai il mio bigliettino da visita nella tasca dei jeans di dieci taglie più grosse della sua, appartenuti chissà a quale stupido turista obeso, scopatosi per drogarsi un po’ e non pensare all’apocalisse e fermare l’assalto dei ricordi di quando era viva e innamorata di Diego.

Speravo si convincesse a chiamare e chiedermi di voler disintossicarsi. Abbassai il mio viso, le baciai la fronte, notai una lacrima scorrere, gliela asciugai col dito indice, Emma sbuffò, forse avrebbe voluto liberarsi del mostro che portava dentro, una bestia diabolicamente innestata nel suo cervello. Emma era la sorella del patologo clinico.

Quando Nick e Matt Ballettieri ricevettero la telefonata  dall’autorità di polizia stavano divertendosi come matti,  lanciavano sassi contro vecchie bottiglie di birra,  allineate accortamente su un muretto a secco in una zona di una campagna isolata. Matt  aveva pisciato urina calda in una bottiglia. Avrebbe  vinto chi la frantumava. Pochi giorni  prima erano stati presi a pallettoni dal proprietario di un fondo agricolo, avevano cambiato il poligono di tiro, un po’ più addentrato e isolato, un luogo che conoscevano bene, da bambini ci andavano la domenica pomeriggio in motorino per fumare e nascondere il pacchetto di sigarette in un anfratto naturale di grosse pietre megalitiche.

Di solito rispondeva Matt al cellulare, parlando riusciva a guadagnare  tempo e denaro.

“Pronto, sono il Tenente Caputo, c’è lavoro per voi”.

“Si pronto, Caro Tenente, siamo impegnati in un difficile e improvviso trasporto in obitorio di un povero anziano”.

Nick aveva appena vinto e l’urina schizzò sui jeans di Matt che sapeva mentire come un falso premio nobel.

“Che cazzo Nick i pantaloni”. “Mi scusi Tenente, il vecchio mi ha fatto un ultimo regalo”.

“Alla taverna del mancato frate c’è ne sono tre caldi roventi, se venite subito non avrete difficoltà nella vestizione”.

“Tenente Caputo ho capito, agli ordini, tra cinque minuti siamo da voi”.

“Che cazzo Nick, i pantaloni nuovi, hai sempre voglia di giocare e comunque la bottiglia era di spuma per cui non hai vinto”.

“Matt dove siamo diretti?”

“Alla taverna del mancato frate, nel paesino in collina, tre appena fatti e freschi anzi bollenti e scottanti che tradotto in soldoni sono duecento euro a cranio sommando la vestizione, ti regalo una grappa distillata, la Mazzetti d’Altavilla”.

Matt  voleva guidare sempre  e per un gioco di  cambio, frizione, frenata ed accelerata, Nick lo assecondò,  si sarebbe imbrattato anche l’altra gamba. Salirono sulla Citroen Ds Break, Nick scelse una musicassetta “Déja vu”  dei Crosby, Stills, Nash & Young che gracchiava ritmicamente con le luci blu della sirena baluginante, si divertivano. Conoscevano la taverna del mancato frate, si aspettavamo di trovare tre sfigati commensali intossicati e avvelenati con gli asparagi  della duchessa, fruttivendola pluri-pregiudicata dedita allo spaccio di droghe e verdure non perfettamente controllate e conservate.

La polizia scientifica aveva terminato da poco il sopralluogo, effettuato rilevazioni fotografiche, elaborato un’accurata documentazione audio-video e aveva raccolto le impronte digitali e papillari disseminate ovunque. Il questore dopo aver controllato che l’intervento della polizia scientifica fosse legalmente inoppugnabile,  aveva dato l’ordine di rimuovere i cadaveri e portarli verso il forno crematorio, rispettando appieno le nuove regole sulla tumulazione con buona pace dei ripetuti atti osteggianti della chiesa cattolica.

La segnalazione telefonica era stata fatta da Armando, il patologo aveva dovuto sparare in fronte ai tre fratelli per difendersi da una inspiegabile e improvvisa trasformazione in esseri mefitici e pericolosi, parevano essere affetti dalla sindrome del morto vivente, Armando aveva giurato perentoriamente di aver assistito alla trasformazione dei propri fratelli e di aver invitato suo cognato a difendere le proprie vite, compiendo un ultimo e razionale gesto, ammazzarli…continua a leggere

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