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American Sniper di Clint Eastwood

Chris Kyle è il protagonista del film di Clint Eastwood, uno dei più famosi eroi di guerra dell’amministrazione Bush nel contesto della seconda guerra del Golfo Persico.
Il film che andiamo a recensire celebra la memoria di questo soldato e della sua vita eccezionale. Una storia che, aldilà degli orientamenti politici e degli schieramenti, merita di essere conosciuta oltre l’opera cinematografica per la sua singolarità.
Ma, amici, torniamo al nostro Clint ed al suo film.
Essendo una pellicola a postuma memoria uno degli errori più comuni è lo scadere nella retorica ma – per quel che mi riguarda – Eastwood non è caduto in questa ovvietà. Nemmeno è incappato nel rischio di essere semplicemente didascalico ma ha cercato di connotare l’opera, pur nella semplicità narrativa, di una sua anima morale. Non tutti gli opinionisti cinematografici sono riusciti a cogliere questo aspetto.
Il regista è maturo e lucido nel dirigere il cast e le inquadrature, il suo sguardo si accosta alla figura dell’eroe in maniera schietta anche se ha scelto di non aderire pienamente al libro autobiografico da cui la pellicola è tratta.
Bradley Cooper è il protagonista che interpreta Kyle sullo schermo. La sua interpretazione è molto incisiva nella resa del più classico dei ragazzotti americani. E’ davvero apprezzabile sapere che Cooper – che ha per metà sangue italiano, uno dei nonni è napoletano – ha creduto a tal punto in questo lavoro da esserne co-produttore insieme a Eastwood.
L’azione si svolge su due piani che si intersecano, quello familiare di Kyle e quello militare, con una intensità crescente fino a raggiungere l’apice nei titoli di coda.
Si, avete letto bene, perché il film, costruito in maniera classica quasi fosse un copione da vecchio western, con tanto di vendetta a seguito, riserva un epilogo amaro ed emozionante. Ed i titoli di coda aggiungono emozione all’emozione.
L’opera non lascia alcun dettaglio al caso e vince l’Oscar per il Miglior montaggio sonoro, una nota in più nel rendere palpabile la tensione emotiva degli scontri a fuoco della guerriglia.
A onor del vero una delle scene che ho meno apprezzato è stata quella della bufera di sabbia, perché  ha reso improbabile il salvataggio della “cavalleria americana” in un momento in cui per dei guerriglieri esperti come gli iracheni, sarebbe stato facile sopraffare sui Seals, ma tant’è.
Per il resto il film scivola sicuro sui suoi binari con un meccanismo perfetto e ben tracciato.
Attualmente, dopo gli orrori che abbiamo visto nell’ultimo anno – l’ISIS è ben vivo nella nostra cronaca – alcune delle battute di Kyle (“lo faccio per proteggervi” dice alla moglie) sembrano essere un presagio ed il “macellaio” che insegue nel film sembra, tragicamente, molto meno crudele di quel che è la nostra attualità.
A una buona parte della critica nazionale ed internazionale il film non è piaciuto. Chiaramente le visioni strumentali da una parte e dall’altra sono molto forti e le polemiche legate a queste guerre sono conosciute ai più. Personalmente mi occupo solo della parte artistica dell’opera e i primissimi piani mi portano alla memoria il papà artistico di Eastwood, Sergio Leone. La sua influenza permea da sempre tutta l’opera del regista statunitense.
L’attesa di fronte al grilletto ed al mirino, nella scelta tra la vita e la morte di una persona, resteranno nella memoria.
Sono pochi i film che hanno questa capacità ed è un peccato lasciarseli sfuggire.
Lo schermo è vostro.

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