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The Dog Stars – Le stelle dopo la fine: un’apocalisse intima tra solitudine, disillusione e speranza

Il post fine del mondo secondo Ridley Scott: quando la bellezza visiva non basta a salvare il racconto

The Dog Stars – Le Stelle Dopo la Fine, è il nuovo film del visionario regista Ridley Scott: un thriller epico e avvincente ambientato in un mondo in cui la sopravvivenza è un istinto, ma l’umanità è una scelta. Scott racconta la storia di Hig, un giovane pilota che, insieme a Bangley, un militare esperto di sopravvivenza, si è costruito una dimora efficiente ma isolata in un brutale mondo post-apocalittico, finché una misteriosa trasmissione radio spinge Hig ad avventurarsi nell’ignoto alla ricerca della speranza e dell’umanità in cui crede ancora.

The Dog Stars – Le Stelle Dopo la Fine è disponibile da oggi, 26 agosto, nelle sale cinematografiche italiane.

Un mondo dopo la fine, raccontato attraverso il silenzio

L’inizio di The Dog Stars – Le stelle dopo la fine sceglie una strada tutt’altro che convenzionale per raccontare un mondo post-apocalittico. Ridley Scott non sembra avere fretta di mostrare le conseguenze spettacolari della catastrofe, né di trasformare immediatamente la sopravvivenza in una successione di inseguimenti, sparatorie e situazioni estreme. Al contrario, il film prende tempo e si sofferma soprattutto su ciò che rimane quando la società è ormai scomparsa: il silenzio, la solitudine e una quotidianità ridotta all’essenziale.

La storia è ambientata in un futuro devastato da una pandemia letale, che ha decimato la popolazione mondiale e trasformato il concetto stesso di normalità. Tra i pochi sopravvissuti c’è Hig, interpretato da Jacob Elordi, un pilota d’aereo che vive isolato in una sorta di rifugio insieme al suo cane. Al suo fianco c’è Bangley, interpretato da Josh Brolin, un ex marine che rappresenta l’esatto opposto del protagonista: pragmatico, diffidente, aggressivo quando necessario e disposto a tutto pur di proteggere quel piccolo territorio che considera ancora casa.

Il rapporto tra i due costituisce uno degli elementi più interessanti dell’intera pellicola. Non sono propriamente amici e, probabilmente, non lo diventerebbero mai in un mondo normale. Eppure la loro sopravvivenza dipende proprio da questa convivenza fatta di diffidenza, necessità e reciproca utilità. Hig conserva ancora una certa sensibilità e un legame con ciò che il mondo era prima della catastrofe; Bangley, invece, sembra aver accettato da tempo che quel mondo non esista più.

È proprio attraverso questo contrasto che Ridley Scott prova a interrogarsi su una domanda tutt’altro che semplice: quanto dell’essere umano rimane quando vengono meno le regole, le istituzioni e qualsiasi forma di sicurezza?

La lentezza (destabilizzante) come scelta narrativa iniziale

Se non si conosce il romanzo di Peter Heller da cui il film è tratto, la prima parte potrebbe risultare particolarmente difficile da decifrare. Il ritmo è volutamente dilatato e alcune sequenze sembrano quasi sospese nel tempo. Non tutto viene spiegato immediatamente e molti elementi della storia vengono lasciati emergere attraverso piccoli dettagli, dialoghi frammentari e momenti di quotidianità.

Questa impostazione può essere affascinante per chi cerca un cinema post-apocalittico più introspettivo, ma rischia allo stesso tempo di creare una certa distanza con lo spettatore. Chi si aspetta un film costruito principalmente sull’azione potrebbe trovarsi davanti a un’opera molto diversa dalle aspettative.

Scott sembra infatti più interessato alle conseguenze psicologiche della catastrofe che alla catastrofe stessa. Il virus e la distruzione della civiltà costituiscono lo sfondo, ma il vero argomento del film è un altro: la difficoltà di continuare a vivere quando ogni certezza è stata cancellata.

Hig vola ancora con il suo piccolo aereo, osserva il territorio dall’alto, controlla ciò che accade intorno al rifugio e cerca di mantenere una parvenza di normalità. Sono gesti apparentemente semplici, ma assumono un significato diverso in un mondo nel quale quasi tutto ciò che conosceva non esiste più.

La sensazione è quella di assistere alla vita di qualcuno che sopravvive fisicamente, ma fatica a trovare una ragione per continuare a farlo.

La paura degli altri e la perdita della fiducia

Uno dei temi più riusciti di The Dog Stars è sicuramente quello della fiducia. In una società collassata, il prossimo non rappresenta più necessariamente un aiuto. Può diventare una minaccia.

È un elemento che modifica completamente il modo in cui Hig e Bangley affrontano il mondo esterno. Ogni rumore, ogni presenza sconosciuta, ogni segnale captato alla radio può nascondere un pericolo. Non esistono più autorità capaci di garantire sicurezza e non ci sono istituzioni alle quali rivolgersi. Rimane soltanto la capacità individuale di difendersi.

Bangley incarna perfettamente questa filosofia. Il suo atteggiamento può sembrare brutale, persino disumano, questo però è anche il risultato di un mondo nel quale la compassione può trasformarsi in una debolezza fatale.

Hig, invece, continua a cercare qualcosa che assomigli a un contatto umano autentico. Ed è proprio questa differenza a rendere interessante il loro rapporto: da una parte c’è chi ha scelto di sopravvivere rinunciando quasi completamente alla propria sensibilità, dall’altra chi cerca ancora di preservare una parte della persona che era prima dell’apocalisse.

Il film suggerisce così che la vera battaglia non sia soltanto quella contro la fame, le malattie o gli aggressori, ma anche quella contro l’inaridimento emotivo.

Un’apocalisse diversa dal solito

Da questo punto di vista, The Dog Stars si allontana sensibilmente dai classici racconti post-apocalittici. Non siamo davanti a un mondo popolato da orde di creature, città completamente distrutte o scenari costantemente dominati dal caos. L’apocalisse di Scott è più silenziosa e, proprio per questo, in alcuni momenti anche più inquietante.

La natura sembra essersi ripresa parte degli spazi abbandonati dall’uomo. Le strade sono vuote, gli edifici diventano testimonianze di un passato ormai lontano e i grandi paesaggi assumono una dimensione quasi malinconica.

Il film sembra suggerire che la Terra possa continuare a esistere anche senza l’umanità, e che forse il vero dramma non sia la fine del pianeta, ma la fine della civiltà per come l’abbiamo conosciuta.

Questa scelta permette a Ridley Scott di costruire una pellicola nella quale il paesaggio non è soltanto uno sfondo, bensì diventa parte integrante del racconto. Le distese naturali, le montagne, i cieli e gli spazi aperti contribuiscono a trasmettere quella sensazione di vuoto che accompagna costantemente i protagonisti.

Una fotografia che valorizza le location italiane

Uno degli aspetti che colpisce maggiormente è proprio il comparto visivo. Le location italiane utilizzate per le riprese regalano al film una dimensione particolare, quasi sospesa, capace di alternare bellezza e desolazione.

Ridley Scott sfrutta gli spazi naturali con grande attenzione, trasformando luoghi potenzialmente rassicuranti in scenari capaci di comunicare isolamento. La bellezza del paesaggio entra così in contrasto con ciò che è accaduto agli esseri umani.

È una delle caratteristiche che permettono alla pellicola di mantenere una forte identità visiva anche nei momenti in cui la narrazione procede lentamente. Le immagini raccontano spesso ciò che i dialoghi non dicono, restituendo allo spettatore la sensazione di trovarsi davanti a un mondo che non è completamente morto, che ha tuttavia perso la propria dimensione umana.

Pur senza raggiungere necessariamente la forza visiva e l’impatto dei grandi classici della filmografia di Scott, il risultato rimane comunque notevole e conferma la capacità del regista di costruire atmosfere riconoscibili.

Josh Brolin domina la scena

Sul piano delle interpretazioni, il protagonista assoluto è Josh Brolin. Il suo Bangley è probabilmente il personaggio più incisivo del film, grazie a un’interpretazione fisica, sarcastica e misurata perfettamente che riesce a comunicare molto anche attraverso silenzi, sguardi e piccoli gesti, così come a modi di fare, inaspettatamente e in modo poco convenzionale, esilaranti.

Brolin non interpreta semplicemente un uomo duro. Il suo personaggio porta sulle spalle il peso di un passato che viene percepito più che raccontato. La sua aggressività appare come una corazza costruita nel tempo, una strategia per impedire alla paura di prendere il sopravvento.

È proprio questa ambiguità a rendere Bangley interessante: può apparire spietato ma la sua durezza nasce anche dalla necessità di proteggere ciò che resta.

Jacob Elordi offre invece una prova più introspettiva nei panni di Hig, un personaggio molto più fragile e malinconico (ma certamente non è questa la sua migliore performance su grande o piccolo schermo). Il suo compito è soprattutto quello di rappresentare la componente emotiva della storia, quella parte dell’umanità che si rifiuta di accettare completamente la nuova realtà. Il contrasto tra i due funziona, anche se non sempre con la stessa intensità.

Jacob Elordi e Margaret Qualley: un’alchimia che fatica a farsi percepire

Più problematica appare invece la dinamica tra Jacob Elordi e Margaret Qualley. Il film sembra voler costruire intorno ai loro personaggi una relazione capace di rappresentare la possibilità di ricominciare. Tuttavia il coinvolgimento emotivo non raggiunge sempre il livello necessario a rendere la cosa credibile agli occhi dello spettatore.

L’alchimia tra i due risulta in diversi momenti fredda e poco convincente, soprattutto considerando il peso che il rapporto dovrebbe avere all’interno della narrazione. Non è necessariamente un problema legato alle singole interpretazioni, quanto piuttosto alla costruzione della relazione e al modo in cui la sceneggiatura decide di svilupparla. Alcuni passaggi sembrano infatti avere bisogno di maggiore spazio e di una caratterizzazione più approfondita.

Il risultato è che uno degli elementi potenzialmente più importanti sul piano emotivo finisce per apparire meno incisivo di quanto avrebbe potuto essere.

Il cane e le stelle: simboli importanti, però non sempre valorizzati

Un discorso particolare merita anche la presenza del cane, che già dal titolo occupa un ruolo simbolicamente importante. In un film nel quale i rapporti umani sono caratterizzati dalla diffidenza, il legame tra Hig e il suo animale rappresenta una delle poche forme di affetto incondizionato rimaste.

Il cane diventa quindi una sorta di ultimo punto di riferimento emotivo per il protagonista, una presenza capace di mantenere vivo un frammento di quella normalità perduta, un’ancora di salvezza.

Allo stesso modo, il tema delle stelle richiama una dimensione più poetica e contemplativa. Guardare il cielo significa, in qualche modo, confrontarsi con qualcosa che continua a esistere nonostante la fine del mondo conosciuto.

Il problema è che entrambi gli elementi, pur avendo un grande potenziale simbolico, non sempre sembrano ricevere lo spazio necessario per diventare davvero centrali nel racconto. Il loro significato rimane percepibile, tuttavia a tratti appare leggermente scollegato dal resto della struttura narrativa.

Quando la speranza prova a farsi strada nonostante tutto (perfino l’evidenza)

Nonostante l’atmosfera cupa, The Dog Stars non è un film completamente privo di speranza. Anzi, uno dei suoi aspetti più interessanti è proprio il modo in cui mette in discussione la possibilità di ricominciare.

La speranza non arriva sotto forma di una grande soluzione o di una risposta definitiva. È qualcosa di molto più fragile: un incontro, un ricordo, una relazione, la possibilità di fidarsi nuovamente di qualcuno.

In questo senso, il film sembra sostenere che ricostruire la civiltà non significhi soltanto recuperare elettricità, medicine, automobili o strumenti tecnologici, ma soprattutto recuperare la capacità di riconoscere l’altro come essere umano.

È un concetto interessante, soprattutto perché entra in collisione con la filosofia di Bangley. Sopravvivere significa chiudersi e proteggersi oppure correre il rischio di aprirsi nuovamente agli altri?La pellicola non offre una risposta semplice, preferendo lasciare che sia lo spettatore a confrontarsi con questa domanda.

Un finale che accelera troppo e assume toni astratti, quasi onirici

È soprattutto nella parte conclusiva che l’equilibrio costruito precedentemente sembra però perdere qualcosa. Dopo una lunga fase caratterizzata da ritmi lenti, silenzi e introspezione, la narrazione subisce un’accelerazione piuttosto brusca.

Il film introduce elementi, personaggi e situazioni che sembrano richiedere maggiore tempo per essere sviluppati e il risultato può apparire caotico e disorientante.

Il problema non è necessariamente l’accelerazione in sé, quanto il fatto che arrivi dopo una costruzione narrativa completamente diversa. Lo spettatore viene abituato a un determinato ritmo e, quando il film decide di cambiare registro, non sempre riesce a mantenere lo stesso controllo.

Per chi conosce il romanzo di Peter Heller, alcuni passaggi potrebbero risultare più comprensibili o avere un peso diverso. Per chi invece arriva al film senza conoscere il materiale originale, alcune scelte possono lasciare più di un interrogativo.

Un film imperfetto che mantiene però una sua identità

Alla fine, The Dog Stars – Le stelle dopo la fine è un’opera difficile da classificare. Non è il classico blockbuster post-apocalittico e non sembra nemmeno interessato a esserlo.

Il film preferisce parlare di solitudine, perdita, memoria, paura e bisogno di connessione, utilizzando l’apocalisse come strumento per mettere a nudo la natura umana.

È proprio questa scelta a rappresentare contemporaneamente il suo pregio principale e il suo limite più evidente. Chi cerca una storia ricca di azione e di risposte immediate potrebbe rimanere deluso. Chi invece apprezza un cinema più riflessivo, nel quale il genere diventa il punto di partenza per affrontare questioni esistenziali, potrebbe trovare diversi spunti interessanti.

Ridley Scott costruisce un mondo nel quale la minaccia non è soltanto ciò che si nasconde fuori dal rifugio. Il vero pericolo è la possibilità che l’essere umano, nel tentativo di sopravvivere, finisca per smettere di essere umano.

Cosa aspettarsi: un’esperienza per spettatori pazienti

The Dog Stars – Le stelle dopo la fine non è un film destinato necessariamente a mettere d’accordo tutti. La sua lentezza, la struttura narrativa non sempre lineare e alcune dinamiche tra i personaggi possono creare una certa distanza, soprattutto nella seconda parte.

Eppure sarebbe riduttivo liquidarlo semplicemente come un film post-apocalittico poco riuscito. Dietro le sue imperfezioni c’è un’opera che prova a utilizzare il genere per raccontare qualcosa di più intimo: cosa rimane di noi quando tutto ciò che ci definiva è scomparso?

Le immagini sono spesso suggestive, le ambientazioni regalano momenti di grande bellezza e Josh Brolin offre una prova particolarmente convincente. Alcuni rapporti tra i personaggi avrebbero meritato maggiore approfondimento e il finale avrebbe probabilmente beneficiato di una costruzione più equilibrata.

Nel complesso, The Dog Stars si presenta quindi come un film di nicchia, destinato soprattutto agli spettatori che amano il cinema distopico e post-apocalittico quando questo sceglie di mettere al centro l’uomo e non soltanto la spettacolarità della catastrofe.

Non è un film perfetto e probabilmente non vuole nemmeno esserlo. È piuttosto un racconto malinconico sulla solitudine dopo la fine, sul bisogno di trovare qualcuno di cui fidarsi e sulla difficoltà di conservare un briciolo di speranza quando il mondo sembra averla definitivamente perduta.

E forse è proprio questo il significato più interessante delle sue stelle: anche quando tutto ciò che conosciamo è finito, qualcosa continua comunque a brillare sopra di noi.

Trailer The Dog Stars – Le Stelle Dopo la Fine

Tratto dall’avvincente bestseller di Peter Heller, The Dog Stars – Le Stelle Dopo la Fine è interpretato da un cast acclamato dalla critica, tra cui Jacob Elordi, Josh Brolin, Margaret Qualley, Guy Pearce, Benedict Wong e Allison Janney. Il film è scritto da Mark L. Smith e prodotto da Ridley Scott, Michael Pruss, Mark L. Smith e Cliff Roberts.

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Written by Veronica Sgaramella

Nata a Roma nel Luglio 1990, laureata in Scienze Politiche, Sociologia e Comunicazione presso La Sapienza. Coordinatrice, redattrice e inviata di Yepper Magazine, precedentemente redattrice per Vocegiallorossa, poi collaboratrice e speaker @ 1927 On Air - la storia continua, in onda su Centro Suono Sport. Opinionista periodica sportiva a Gold TV. Copywriter e SMM per MyLab3D, NoMade Clothing, MetaLab e Foto Incise sul Legno. SocialMente attiva, amo leggere, viaggiare e immortalare attimi.

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