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Crisi Ucraina: Coldiretti, piano dell’Unione Europea sblocca 30 milioni di chili di grano per l’Italia

Roma. Con il Piano dell’Unione Europea per salvare i cereali Ucraini potrebbero essere sbloccati i circa 30 milioni di chili di grano per la panificazione, 60 milioni di chili di olio di girasole e quasi duecento milioni di chili di mais per l’alimentazione animale destinati all’Italia attualmente fermi nei magazzini di Kiev in attesa di essere spediti a causa del blocco russo dei porti del Paese.

E’ quanto stima la Coldiretti nel commentare il Piano di azione della Commissione Europea per stabilire “corridoi di solidarietà” con l’Ucraina, per facilitare le esportazioni di cereali da Kiev verso l’Unione europea.

Un campo di grano

L’Unione Europea che – sottolinea la Coldiretti – importa circa 1/3 dei cereali spediti all’estero dall’Ucraina e il piano si pone l’obiettivo di facilitare i trasporti delle merci ucraine via terra, per ferrovia e gomma, e via mare, con la messa a disposizione da parte dei privati di vagoni merci, veicoli, navi, autocarri aggiuntivi e silos mobili per i cereali da collocare in punti di contatto alla frontiera ucraina, individuati dagli Stati membri, dando la priorità alle spedizioni di derrate agricole anche attraverso slot ferroviari dedicati.

Si punta – spiega Coldiretti -ad agevolare il trasporto ferroviario velocizzando il trasferimento delle merci dai treni delle linee ucraine a quelli europei che viaggiano su un sistema di binari a scartamento diverso e non compatibile con quello di Kiev.

Inoltre – continua Coldiretti – per ovviare al blocco russo dei porti del Mar Nero, la Ue pensa di sfruttare per le spedizioni quelli polacchi sul Baltico, potenziando le strutture di stoccaggio oltre a potenziare a Sud Ovest i corridoi di collegamento europeo con Ucraina e Moldova.

L’obiettivo è anche snellire le procedure burocratiche di ingresso delle merci in Europa che però – afferma Coldiretti – non deve tradursi in minori controlli e garanzie per la salute e la sicurezza dei consumatori.

La produzione di grano ucraino

L’Ucraina è uno dei principali produttori e rappresenta il 10% del commercio mondiale di frumento tenero destinato alla panificazione ma anche il 15% del mais per gli allevamenti. Il fermo delle spedizioni – denuncia la Coldiretti – nei paesi ricchi genera inflazione e mancanza di alcuni prodotti ma in quelli poveri allarga l’area dell’indigenza alimentare con il rischio di carestie in Africa e in Asia.

Una emergenza mondiale che riguarda direttamente l’Italia che è un Paese deficitario ed importa addirittura il 62% del proprio fabbisogno di grano per la produzione di pane e biscotti e il 46% del mais di cui ha bisogno per l’alimentazione del bestiame, secondo l’analisi della Coldiretti su dati dello studio Divulga.

Il deficit nazionale peraltro non sarà colmato con le semine di primavera in Italia con un aumento stimato delle produzioni che riguarda la soia (+16%), il girasole (+5%) e solo marginalmente il mais (+1%) sulla base dell’analisi di Coldiretti sull’ultimo “Short term outlook” della Commissione Ue. “L’Italia è costretta ad importare materie prime agricole a causa dei bassi compensi riconosciuti agli agricoltori che hanno dovuto ridurre di quasi 1/3 la produzione nazionale di mais negli ultimi 10 anni” afferma il presidente della Coldirett,i Ettore Prandini nel sottolineare l’importanza di intervenire per contenere il caro energia ed i costi di produzione con misure immediate per salvare aziende e stalle e strutturali per programmare il futuro.

“Occorre lavorare da subito per accordi di filiera tra imprese agricole ed industriali con precisi obiettivi qualitativi e quantitativi e prezzi equi che non scendano mai sotto i costi di produzione come prevede la nuova legge di contrasto alle pratiche sleali ma – conclude Prandini – occorre investire per aumentare produzione e le rese dei terreni con bacini di accumulo delle acque piovane per combattere la siccità ma serve anche contrastare seriamente l’invasione della fauna selvatica che sta costringendo in molte zone interne all’abbandono nei terreni e sostenere la ricerca pubblica con l’innovazione tecnologica a supporto delle produzioni, della tutela della biodiversità e come strumento in risposta ai cambiamenti climatici”.

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