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Direzione Investigativa Antimafia: mega operazione contro la ‘ndrangheta. A Catanzaro scattano le manette per 50 persone

Catanzaro. La notte scorsa, 200 uomini della DIA (Direzione Investigativa Antimafia) provenienti da tutti i Centri e Sezioni operative d’Italia, supportati da Poliziotti, Finanzieri e Carabinieri hanno coadiuvato gli investigatori della sezione operativa DIA di Catanzaro, tutti coordinati dalla Direzione Investigativa Antimafia di Roma, per l’arresto di 50 persone, destinatarie di un provvedimento di misura cautelare, 13 in regime di custodia in carcere, 35 in regime di custodia domiciliare, 1 obbligo di divieto nel comune di Catanzaro e 1 obbligo di presentazione alla Polizia Giudiziaria.

I beni sequestrati

Il provvedimento, emesso dal GIP del Tribunale di Catanzaro, su richiesta della Procura della Repubblica con il quale sono stati disposti gli odierni provvedimenti cautelari, ha consentito di assestare un duro colpo alla ‘ndrangheta, costituita da un insieme di “locali” e “’ndrine” distaccate e operanti nelle diverse province calabresi e riferite, tra gli altri, a soggetti di caratura ‘ndranghetista quali Nicolino Grande Aracri, Giovanni Trapasso, Alfonso Mannolo e  Antonio Santo Bagnato.

Il loro coinvolgimento non è di poco conto, laddove si consideri che a ognuno di essi corrisponde una sfera di “competenza territoriale” ben delineata, e ciascuno di loro ha rapporti con Antonio Gallo alias “il principino”, un “jolly”, in grado di rapportarsi con i membri apicali di ciascun gruppo mafioso non in senso occasionale e/o intermittente, bensì in senso organico e continuo.

Secondo le indagini, l’imprenditore ha mostrato di essere in grado di interloquire, anche direttamente, con i boss delle cosche, manifestando in tal modo una significativa caratura criminale e presupponendo una vera e propria appartenenza alla ‘ndrangheta.

Il gruppo criminale inquisito risulta estremamente coeso, strutturalmente complesso ed altamente organizzato.

Il metodo mafioso che l’indagine ha cristallizzato è quello tipico dell’art. 416 bis del Codice Penale.

Le intercettazioni telefoniche e ambientali, nel numero complessivo di ben 266.500 ascoltati e trascritti, sostenuti da contestuali indagini bancarie e accertamenti patrimoniali nel numero di 1.800 conti correnti esaminati e 388 mila operazioni bancarie ricostruite, per un giro d’affari di circa 250. milioni hanno confermato la mole di dati riferiti dai collaboratori di giustizia e hanno permesso di confermare l’esistenza di un insieme di “locali” e “’ndrine” distaccate e operanti nelle diverse province calabresi nei territori di riferimento che corrispondono a Cirò Marina, Cutro, San Leonardo di Cutro, Isola di Capo Rizzuto, Roccabernarda, Mesoraca, Botricello, Sellia, Cropani, Catanzaro e Roccelletta di Borgia.

Il sodalizio era particolarmente strutturato alla sistematica evasione delle imposte perpetrata attraverso la costituzione di società fittizie che avevano l’unico scopo di emettere fatture per operazioni inesistenti, ottenerne il pagamento e retrocedere il denaro alle imprese beneficiarie della frode dietro la corresponsione del 11% dell’imponibile indicato nella fattura, affinché queste ultime potessero ottenere indebiti risparmi d’imposta milionari.

Il nuovo “oro” delle organizzazioni criminali sono le fatture per operazioni inesistenti, merce che oggi è assai ricercata e “trafficata” dalle organizzazioni criminali per i benefici che può determinare per gli imprenditori disonesti e per le aziende a gestione o funzionali della ‘ndrangheta.

L’attività di indagine ha consentito di accertare la somma di 22 milioni prelevata per contanti, attraverso l’arruolamento da parte dell’organizzazione mafiosa di un folto numero di soggetti prelevatori, vere e proprie “scuderie” in un network complessivo di 159 società fruitrici di fondi per operazioni inesistenti e ben 86 società “cartiere” emittenti i documenti falsi.

Sono state analizzate e interfacciate alle indagini in corso anche 276 segnalazioni di operazioni finanziarie sospette trasmesse dagli operatori finanziari.

Il settore prediletto era quello dei servizi e fornitura di dispositivi di protezione individuale, mascherine, caschi, guanti ecc, a copertura del sistema fraudolento, costituendo, parallelamente, diverse aziende cartiere e “filtro” che si sono dedicate, stabilmente, alla fraudolenta attività di emissione di fatture per operazioni inesistenti.

Al contempo, i membri dell’organizzazione coordinavano un drappello di individui incaricati, con costanza e senza soluzione di continuità, di recuperare il denaro corrisposto dalle società beneficiarie della frode, prelevandolo in contanti presso i vari uffici postali dove erano stati accesi specifici conti correnti, retrocedere le somme decurtate del compenso illecito, redigere documentazione fiscale ed amministrativa fittizia nonché di “arruolare” nuove “teste di legno”.

E’ stato scoperto che, durante il passaggio delle somme, in taluni casi l’indicazione dell’IVA spariva perché veniva utilizzato l’espediente normativo.

Venivano inscenate come avvenute operazioni di commercializzazione mai realmente avvenute. Si pensi ad aziende prive di sostanza economica, a magazzini affittati ma sprovvisti di merce, a mezzi di trasporto che ivi permanevano per simulare operazioni di scarico/carico, alle migliaia di documenti fiscali ed amministrativi falsi emessi ed annotati nelle scritture contabili, ai pagamenti realmente eseguiti, tranne, poi, prelevare il denaro e retrocederlo, decurtato del 11% dell’imponibile quale compenso per la costruzione e la gestione del sistema fraudolento.

La percentuale riconosciuta variava a seconda del cliente che richiedeva le fatture per operazioni inesistenti, infatti quando l’impresa era una di quelle riconducibile a soggetti della criminalità organizzata la percentuale scendeva dall’11% al 7% per acquisire la “captatio benevolentiae” del boss e continuare ad operare indisturbati verso altri imprenditori-clienti di fatture per operazioni inesistenti, alcune delle quali acquisite proprio grazie all’indicazione del boss all’ombra del quale si era operato.

Le aziende “apri e chiudi”, tutte gestite da italiani nullatenenti o albanesi, artatamente individuati dai capi dell’organizzazione, erano create al solo scopo di far figurare un apparente giro d’affari, in realtà inesistente, e consentire ad altre aziende gestite da imprenditori “reali”, sul mercato, di evadere il Fisco.

Il breve ciclo vitale giocava a favore dell’organizzazione, perché i controlli e l’attività di accertamento dell’Amministrazione Finanziaria non possono andare di pari passo con il dinamismo che deve avere una economia globale.

I reati contestati sono anche quelli di corruzione, turbata libertà degli incanti, truffa ai danno dello Stato, associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio, autoriciclaggio e reati tributari.

L’imprenditore, grazie a una fitta rete di relazioni, è stato capace di turbare una serie di gare d’appalto investigate dagli uomini della sezione operativa DIA di Catanzaro, bandite tra il 2017 e il 2018 dalle stazioni appaltanti del Consorzio di bonifica Jonio-Crotonese e Jonio-Catanzarese, per appalti dal valore complessivo di 107.415,000 “Fornitura di materiali e dispositivi antiinfortunistici –Programma Forestazione 2017”.

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