Dopo il match di Europa League, in cui la Roma ha pareggiato sul campo dell’Union Saint Gilloise, vanno fatte alcune considerazioni per provare ad analizzare a mente fredda la tremenda situazione che stanno attraversando i giallorossi. Emerge agli occhi di tanti la delicata situazione correlata alla struttura societaria. Ovvero la necessità di definire figure dirigenziali che possano gestire ed organizzare il club.
Se a questo si aggiunge la ormai acclarata lontananza fisica della proprietà dalla realtà romana ecco che il risultato è quello che stiamo vivendo ormai da diversi mesi a questa parte. Un famoso proverbio dice: “Quando il gatto non c’è i topi ballano”. E questo è quello che sembra stia accadendo. Le decisioni prese da settembre a questa parte dalla proprietà sono spesso più rumorose del silenzio degli ultimi tempi: era il 16 settembre quando è giunto l’esonero di Daniele De Rossi.
Un fulmine a ciel sereno, anche perché la squadra era stata completamente riassemblata in estate, con innesti arrivati dopo la fine del calciomercato estivo e lasciando comunque diverse lacune (come il terzino destro e l’attaccante di riserva) e, l’allenatore, non aveva avuto neanche il tempo di poter far vedere le proprie capacità con quella rosa. Se poi aggiungiamo che l’esonero e il successivo ingaggio dell’attuale allenatore, Ivan Juric, sono stati decisi da un’Amministratrice Delegata dimissionatasi solo pochi giorni dopo, il tutto si è trasformato in una situazione caotica e complessa.
Se la situazione era già critica, la decisione di assumere Juric non l’ha certo resa migliore. A prescindere dai risultati è infatti il gioco ad averne risentito ulteriormente. La scelta di continuare strenuamente con il 3-4-2-1, non avendo a disposizione giocatori adatti a quel sistema di gioco, e l’infruttuosità nell’effettuare cambi a partita in corso sempre “ruolo per ruolo”, a prescindere dal risultato, parrebbe testimoniare l’estrema difficoltà correlata all’applicare qualsiasi altro modulo tattico. Inoltre emergono anche problemi di spogliatoio che con tutte le problematiche sopra elencate, aggravano la situazione della Roma ancor di più.
Ultimi, ma non per responsabilità, ci sono i calciatori, gli interpreti in campo. Qualunque siano modulo tattico e vicissitudini societarie è scoraggiante vederli entrare in campo demotivati, senza grinta e voglia di far ripartire le cose. La maglia indossata ha estremo valore, lo merita e va dato. Andrebbe fatto per tutti coloro che si dannano cuore e cervello provando a spiegare e spiegarsi il motivo delle prestazioni degli ultimi tempi.
E così, come per la legge del piano inclinato, da un errore che non si è voluto sanare, tutto è andato a rotoli. Con un effetto a catena. E da obiettivi europei di inizio stagione si è passati a fare impensabili calcoli (almeno all’avvio del campionato) per capire come poter risalire la classifica trovando ad occupare il 12° posto con 13 punti, una cosa più che difficile da accettare per un club come quello giallorosso.
La differenza tra questa Roma e quelle passate è che, pur non vincendo nulla, la Roma aveva sempre un abito che faceva strabuzzare gli occhi di tutti coloro che la seguivano, sia tifosi che osservatori. Poi tutti gli errori commessi, l’hanno portata pian piano a spogliarsi di troppe cose belle. Perché Roma ora non c’è e deve ritrovarsi. E, parafrasando Andersen in una delle sue fiabe più famose, Roma è nuda. I tifosi, pur sempre innamorati e pronti a sostenerla, se ne sono accorti. È ora che se ne accorgano anche gli altri. E tornino a rispettarla e temerla.
A CURA DI ANTONIO PASTORE



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