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Nancy Pelosi a Taiwan: la visita è soprattutto un monito nei confronti di Pechino

Di Fabrizio Scarinci

TAIPEI. Circa quattro ore fa il Boeing C40C della speaker della Camera dei rappresentanti statunitense Nancy Pelosi è atterrato a Taipei.

Si vociferava da giorni del fatto che il suo viaggio in Asia potesse includere anche una tappa sull’isola e alla fine la visita c’è stata per davvero.

Accolta all’aeroporto dal ministro degli Esteri taiwanese Joseph Wu e dalla direttrice del locale American Institute Sandra Oudkirk (ambasciatrice de facto nel Paese), la speaker ha ribadito l’impegno di Washington a sostegno della democrazia e nella protezione della libertà di Taiwan, che lei considera un’”isola di resilienza” meritevole del più ampio sostegno possibile da parte statunitense.

La speaker della Camera dei Rappresentanti statunitense Nancy Pelosi.

Come noto, questa visita arriva in una fase molto critica nelle relazioni tra Cina e Taiwan, con quest’ultima che negli ultimi mesi è stata costretta a subire un gran numero di minacce verbali e violazioni dello spazio aereo da parte della prima, che la considera da sempre alla stregua di una provincia ribelle da riannettere ad ogni costo.

La presenza di Nancy Pelosi serve pertanto a lanciare un monito nei confronti di Pechino, che gli americani non vorrebbero si convincesse di poter restare impunita nel caso decidesse di invadere l’isola.

Per via della sua collocazione geografica Taiwan costituisce, infatti, una significativa spina nel fianco per l’espansione marittima (soprattutto militare) della Cina; ragion per cui essa ricopre inevitabilmente un ruolo di primissimo piano nell’ambito della strategia degli USA, che al fine di difendere l’attuale status quo (di cui sostengono il mantenimento pur avendo accettato di riconoscere la Repubblica Popolare come l’”unica Cina”) sarebbero probabilmente disposti anche ad intervenire militarmente in modo diretto, cosa che certamente comporterebbe lo scoppio della Terza guerra mondiale.

La mappa di Taiwan

Ovviamente, la reazione cinese alla visita non si è fatta attendere. In particolare sembrerebbe che l’Ambasciatore statunitense a Pechino Nicholas Burns sarebbe stato convocato d’urgenza al Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Popolare, dove al vice-ministro degli Esteri Xie Feng sarebbe stato ordinato di esprimergli il fortissimo disappunto del governo cinese, che considera la visita come un’aperta violazione della propria sovranità.

A queste proteste potrebbero però accompagnarsi anche alcune iniziative di carattere militare. Nel corso delle ultime ore, infatti, oltre ad essere stata segnalata una massiccia violazione dello spazio aereo dell’isola da parte dei jet di Pechino (a dire il vero non una grande novità), il Ministero della difesa della Repubblica Popolare avrebbe anche annunciato l’imminente inizio di un’intensa campagna addestrativa dell’artiglieria e delle forze missilistiche dell’Esercito Popolare di Liberazione nei pressi dello Stretto di Taiwan.

Dal canto loro, gli USA avrebbero invece posizionato a scopo precauzionale quattro unità da guerra nel Mar Cinese Meridionale, tra cui la portaerei USS Ronald Reagan, l’incrociatore USS Antietam e il cacciatorpediniere USS Higgins.

A giudicare dai primi commenti sembra che, in America, questo viaggio abbia ottenuto un ampio consenso bipartisan, con diversi senatori repubblicani e la stessa Fox News che avrebbero lodato il coraggio della speaker (personaggio normalmente molto divisivo), ricordando anche quando, nel 1991, visitò Pechino in seguito ai dei fatti di Piazza Tienanmen al fine di “rendere onore” alle vittime del regime cinese.

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