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Youth di Paolo Sorrentino (2015)

A cadenza biennale Sorrentino torna a proporci il suo personalissimo sguardo sul mondo attraverso un cinema che è ormai un vero e proprio “marchio di fabbrica”.

Youth” si distingue per essere il secondo film del regista in lingua inglese (il primo è stato “This Must To Be The Place” del 2011 con un Sean Penn stellare) ed il primo film dedicato a Francesco Rosi, regista napoletano morto a gennaio di quest’anno.

Francesco Rosi ha girato film dal notevole impegno civile dando origine al genere dei film-inchiesta, “Le mani sulla città”, “Il caso Mattei”.

Guardando “Youth” si ha l’impressione che Sorrentino abbia ripreso quel viaggio metafisico cominciato con Sean Penn intorno alla famiglia, in particolare al rapporto tra figli e genitori.

Ma stavolta non è il protagonista il personaggio eccentrico della narrazione come con Penn, ma la carrellata di personaggi che incontriamo durante i 118 minuti della pellicola.

Diamo un’occhiata al cast.

Michael Caine è Fred Ballinger, il protagonista, a seguire abbiamo Harvey Keitel, Jane Fonda, Roly Serrano nel ruolo di Maradona e Rachel Weisz che interpreta la figlia di Ballinger. Un cast hollywoodiano e senza dubbio tra i più importanti che Sorrentino abbia diretto.

La storia, raccontata brevemente, è il cinico viaggio di un famoso direttore d’orchestra che ha perso la voglia di vivere e che durante il soggiorno in una stazione termale, ritroverà una chiave per rivalutare la sua esistenza.

Non aggiungo altro perché non voglio assolutamente ledere il piacere di una visione dell’opera a chi non l’avesse ancora vista.

Gli attori sono tutti al meglio delle loro capacità espressive, merito di Sorrentino che sa come usare la cinepresa ma, chiaramente, anche merito del carattere istrionico di Caine e Keitel. Apprezzabile e godibile sia il mitico Maradona che la notevole interpretazione fatta da Paul Dano, una sorta di Johnny Deep o comunque icona del divo. Ai maschietti segnalo la figura statuaria di miss Universo alias Diana Ghenea che sarà protagonista di una ripresa in “ stile guardone” che fa salire su l’attenzione e con cui il maestro partenopeo ci vizia talvolta.

I dialoghi sono ben strutturati ma qualche volta cedono nel legare gli eventi, almeno un paio di volte erano banali e qualche personaggio troppo scontato.

Un plauso alla fotografia, di grande perizia, si osservi a titolo di esempio la parodia del video musicale oppure le scene girate di notte.

Il finale a tratti livido e catartico ci lascia un senso di commozione, perché alla fine ci siamo in qualche modo legati a questo direttore asettico e apparentemente “ossidato” dalla vita.

Probabilmente è il film più intimista di Sorrentino, quindi richiede grande attenzione al fine di godere di tutte le piccole sfumature di cui è composto.

Il mio giudizio?

E’ un film d’autore e già solo per questo merita di essere visto.

Lo schermo è vostro.

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