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Cinema, calcio ed enogastronomia: le parole di Gianmarco Tognazzi a FDR

Figlio d’arte, attore, imprenditore e tifoso: un intervento radiofonico a 360°

Ritorno al Crimine
Dal film "Ritorno al Crimine"

Durante il consueto appuntamento sulle frequenze virtuali di Non è la Radio, Febbre da Roma ha avuto il piacere di intervistare Gianmarco Tognazzi, figlio di Ugo, leggenda del cinema italiano, e a sua volta attore nonché imprenditore attivo nel settore enogastronomico. Ecco le sue parole:

Sappiamo che non condividi la nostra fede calcistica, ma proveremo comunque a parlare di calcio
In questo momento la fede calcistica mi sembra relativa. Mi auguro che si capisca al più presto se si possa tornare a giocare, anche se dopo uno stop così lungo le partite saranno notevolmente sottotono.

Iniziamo però dalla situazione attuale. Tu sei padre di una ragazza adolescente e di un bambino che frequenta le elementari: come hai vissuto le lezioni da casa?
Qui dalle mie parti, a Velletri, la didattica a distanza è partita molto tardi, dopo Pasqua, credo per qualche problematica tecnica. I miei figli si trovano molto bene, fortunatamente sono molto svegli e indipendenti nonostante l’età, quindi io l’ho vissuta bene e non ho riscontrato particolari problematiche a parte questa partenza un po’ in ritardo.

Tu fai parte dell’industria cinematografica, che in questo periodo sta incontrando molte difficoltà
Ormai in Italia da molto tempo il cinema non è più industria, ma artigianato. Era la seconda industria in Italia alla fine degli anni ‘60, poi le evoluzioni tecnologiche, qualche disattenzione e scelta sbagliata hanno portato il cinema italiano a ridimensionarsi, anche per lo scarso interesse delle istituzioni a tenerne alta la bandiera. È un peccato soprattutto per i tantissimi operai specializzati che ci lavorano, perché quando si parla di cinema si pensa soltanto a quella piccolissima parte di artisti noti e visibili, e quindi privilegiati rispetto a una categoria molto più ampia e che enormi difficoltà, non avendo garanzie e ammortizzatori sociali. Ci sono tantissimi problemi nel mondo dello spettacolo, e il fatto che sia molto visibile a volte dà l’impressione sbagliata che sia un circolo protetto, ma lo è per pochi, e quando si taglia in questo genere di industria è un problema soprattutto per gli operai. A parte qualche attore di punta, nel mondo dello spettacolo non ci sono tanti privilegiati. Purtroppo, se non ci si rende conto del lavoro che c’è dietro, passano ragionamenti qualunquisti e leggende metropolitane che non corrispondono alla realtà e sviano il pubblico nei confronti di tutto il settore.

Stava per uscire Ritorno al crimine (qui il trailer ufficiale del film), seguito del fortunatissimo Non ci resta che il Crimine. Ci sono novità?
Non abbiamo novità perché il settore si è fermato. Essendo un lavoro collettivo di cui fruisce un pubblico che si assembra nei cinema o nei teatri, al momento è difficile dare tempistiche, anche perché la gente dovrà ritrovare la fiducia di frequentare luoghi chiusi. Una speranza in tal senso potrebbe essere il vaccino, piuttosto che tamponi o test sierologici, dal momento che con quello si potrà essere immunizzati dal virus. Purtroppo al momento è problematico far uscire un film al cinema, perché non ci sono incassi. Questo succede con i film piccoli, ma potrà succedere anche con quelli più grandi. Alcuni film con budget più ridotti sono riusciti ad approdare sulle piattaforme di streaming, ma per le grosse produzioni immagino che si dovrà attendere l’autunno se non addirittura l’inverno. Al momento una soluzione potrebbe essere la riduzione dei posti in sala, ma io fatico a immaginare una cosa del genere. In questo momento è tutto molto difficile, perché bisogna trovare un protocollo di sicurezza per chi lavora sui set. O si fanno film sul Covid-19, in cui gli attori devono tenere le distanze di sicurezza per copione, oppure è impossibile girare con le necessarie cautele.

Tu sei figlio di Ugo Tognazzi, uno dei mostri sacri del nostro cinema, che ti ha trasmesso anche la passione per il cibo e il vino, di cui ti occupi con la Tognazza. Quanto è importante questa eredità?
Per me questa è diventata la più importante. Per fare l’attore devi essere scelto, non puoi decidere tu quando e come lavorare, sei nelle mani delle produzioni e dei registi e quindi il lavoro va a periodi. Io ho lavorato molto dopo l’esperienza con Muccino, ma ho avuto anche periodi di inattività, e quindi ho dovuto trovare qualcosa di diverso. Io ho trasformato in un mestiere quello che per mio padre era un po’ un gioco da fare con i suoi amici: la tavola e i prodotti della terra, in un momento, tra gli anni ’60 e ’70, in cui cominciava a diffondersi il consumo di massa. In tal senso lui è stato anche un anticipatore, un apripista. Di questa eredità che ci ha tramandato, io mi sono appassionato al vino, e la Tognazza, che per mio padre era un’azienda a scopo puramente personale, io l’ho trasformata in un’azienda e un brand con un approccio alternativo al mercato del vino: noi facciamo seriamente il vino e meno seriamente il marketing. Siamo indisciplinati, e sulla filosofia di Ugo e della “zingarata” abbiamo plasmato questa avventura, che è diventata il mio primo lavoro perché le vigne sono qui, tra i dintorni di casa mia e la Toscana, e unendo nel vino questi territori facciamo il Toscazio. I nostri vini sono apparentemente un omaggio ai film di mio padre e di Monicelli, ma gli antenati dei nostri vini erano quelli che accompagnavano le cene durante le quali nascevano idee come quella della “supercazzola”. Il vino ha avuto un ruolo fondamentale in questa invenzione, e quindi anche il film è un omaggio al vino. C’è questa idea di rimandi che mettiamo in ogni nostro prodotto. Ultimamente, poi, grazie all’e-commerce siamo riusciti a riorganizzarci e riallacciare i rapporti con i singoli clienti, nonostante l’emergenza e la crisi. Questo anche grazie alla nostra visibilità social, che è un mezzo molto distante dal mondo del vino, visto che solamente negli ultimi anni si è diffusa l’idea di comprare vino online. Noi ci abbiamo puntato fin dall’inizio, quindi è stato più facile tenere i contatti con i clienti, anche se in futuro dovremo pensare a come riorganizzarci.

Domanda di un ascoltatore: qual è il tuo film preferito tra i primi due Amici Miei?
In assoluto scelgo il primo perché è sempre il primo a lasciare il segno. Qualcuno mi chiede di fare remake, ma per me quei film sono capolavori e non vanno toccati, perché si rischia di fare solo brutte copie sbiadite. Comunque il primo film ha aperto la strada a un seguito di livello, e non è facile. Una cosa che stiamo facendo anche con Non ci resta che il crimine, che ha un po’ riportato in auge l’idea del viaggio nel tempo, nel passato, pur senza inventarsi nulla. Noi il film non l’abbiamo ancora visto, ma Massimiliano Bruno
(il regista, ndr) dice che il secondo sia molto vicino al primo.

Domanda di un ascoltatore: quanti anni avevi in Vacanze in America?
17 anni. Ero accompagnato da mia madre, ma in realtà era come se ne avessi due, visto che nel film Edwige Fenech interpretava proprio mia madre. Sul set era come se ne avessi due, e dunque non potevo fare niente, a differenza degli altri che se ne andavano in giro a divertirsi.

In Vacanze in America, nella partita nella Valle della Morte giocavi con la Roma
In realtà ho fatto il tifoso romanista anche in Ultrà, nel 1990. Il mio tifo è sempre per il Milan, ma non posso non simpatizzare per la Roma: per la Curva Sud, perché portiamo il nome della città, perché abbiamo un colore in comune. Ciò non toglie che occasionalmente ho avuto qualche “incontro ravvicinato” con i tifosi romanisti all’Olimpico.

Parlando di Milan e Roma, che ricordo hai di Liedholm, che ha vinto uno scudetto col Milan e poi con la Roma, e coi rossoneri ha vissuto anche gli anni migliori da giocatore negli anni ’50?
In realtà ci sono tanti scambi tra giocatori della Roma e del Milan, da Maldera a Cafù. Io poi ero un grande tifoso proprio di Maldera, che mi avvicinò al ruolo di terzino sinistro come poi l’ha interpretato Maldini. Ricordo una partita a Roma in cui Maldera fece un gol da 40 metri e io esultai lo stesso perché ero suo tifoso e non mi interessava con quale maglia avesse segnato. A me piace così, il calcio è una malattia meravigliosa ma va vissuto entro un limite che troppo spesso in Italia viene dimenticato.

Un giocatore della Roma che prenderesti subito?
Mi viene in mente Dzeko, che sembrava dovesse venire al Milan: Galliani lo seguiva da tempi immemori, un po’ come Ibrahimovic, che però è arrivato solo dopo passaggi in altre squadre. Oggi come oggi il Milan ha ben altri problemi. Purtroppo la proprietà non capisce che la strada è sbagliata, perché hanno rinnegato sé stessi e la storica filosofia dei prodotto del proprio vivaio, interrotta dopo la cessione di Thiago Silva e Ibrahimovic e solo parzialmente ripresa poco tempo fa. Così non si potrà andare molto lontano: la società ha idee bizzarre in tema di gestione della squadra e poi, purtroppo, i tifosi se la prendono con Boban o Gattuso ma bisogna saper distinguere tra chi decide e chi esegue.

Il tuo podio dei numeri 10 italiani?
Direi Totti, Baggio e Rivera, anche se devo escluderne tantissimi altri, come Del Piero. E poi c’è il discorso delle bandiere, che sono fondamentali per il calcio, anche se purtroppo questa cosa sta passando in secondo piano e per me è un male assoluto. Le bandiere sono esempi da seguire per fedeltà e attaccamento a una maglia, anche se spesso non si tratta di giocatori autoctoni: penso a Giacomo Losi, che non era romano ma era romano a tutti gli effetti. Non mi piace come vedo trattate le bandiere dalle società, ma spesso anche dai nuovi tifosi, che dovrebbero conoscere e rispettare chi ha fatto la storia delle proprie squadre. Ciclicamente purtroppo succedono cose spiacevoli, come all’addio del calcio di Maldini, anche se fortunatamente non è successo con Totti, che mi ha fatto piangere al suo addio. Però Totti ha fatto bene a rimanere a Roma, nonostante la corte di Berlusconi. Chi ha l’opportunità di diventare una bandiera, come Donnarumma, dovrebbe farlo. Il Milan non dovrebbe mai venderlo, per nessuna cifra, e poi oggi non ha prezzo, per un calciatore giovane, diventare la bandiera di un club, perché è anche un investimento per il futuro. Mi è dispiaciuto molto anche per De Rossi, ad esempio, perché penso che nel suo caso sia stata una follia.

Chiudiamo con una curiosità: un film sul calcio che ti piace?
Il calcio è difficile da riprodurre fedelmente sullo schermo. Comunque ne cito due: Fuga per la vittoria, film straniero che ho amato tantissimo, in cui il calcio era solo una piccola parte di una storia più ampia, e poi mi permetto di citare Ultimo minuto di Pupi Avati, in cui mio padre interpretava un manager costretto a gestire malvolentieri il cambiamento di un calcio in rapida evoluzione, spesso anche negativa. Di calcio se ne vedeva poco, ma si vedeva la vita di una squadra di bassa classifica e tutto ciò che vi ruota attorno. È uno dei tanti film importanti ma troppo poco citati e passati in televisione.

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Written by Veronica Sgaramella

Nata a Roma nel Luglio 1990, laureata in Scienze Politiche, Sociologia e Comunicazione presso La Sapienza. Coordinatrice, redattrice e inviata di Yepper Magazine, precedentemente redattrice per Vocegiallorossa, poi collaboratrice e speaker @ 1927 On Air - la storia continua, in onda su Centro Suono Sport. Opinionista periodica sportiva a Gold TV. Ora co-conduttrice di Frequenze Giallorosse (ReteneTVision). SocialMente attiva, amo leggere, viaggiare e immortalare attimi.

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