in

“Le cose non dette”, Gabriele Muccino torna al cinema dal 29 gennaio con un viaggio nelle crepe dell’animo umano

Il regista e sceneggiatore romano arriva nelle sale con una pellicola che racconta senza veli e reticenze le imperfezioni umane, le relazioni che crollano e le estreme conseguenze delle scelte individuali frutto di traumi, nascosti, interiorizzati, dissimulati e soprattutto non affrontati

Le Cose Non Dette, è stato presentato alla stampa lo scorso venerdì 23 gennaio, al The Space Cinema Moderno di Roma (mentre ieri, lunedì 26 c’è stata la première milanese). Il nuovo film di Gabriele Muccino, è in procinto di giungere nelle sale cinematografiche italiane dal 29 gennaio, in circa 450 copie, distribuite su tutto il territorio nazionale.

Il regista e sceneggiatore torna con questa pellicola ad esplorare i territori a lui più cari: le relazioni umane, le fragilità emotive, i non detti che scavano solchi profondi nei rapporti, mettendo in scena una storia intensa che affonda nelle contraddizioni dell’amore, dell’amicizia e della famiglia.

Muccino: “Mostrare le estreme conseguenze delle scelte“

Durante l’incontro romano con la stampa, per la presentazione de Le cose non dette, Muccino ha spiegato di aver voluto realizzare un film capace di mostrare fino a che punto le imperfezioni umane possano ferirsi a vicenda, e come una scelta, anche apparentemente piccola, possa generare conseguenze devastanti.

Un’urgenza creativa talmente forte che ha portato il regista e sceneggiatore a scrivere l’intera storia in soli 25 giorni, avendo già in mente con grande chiarezza personaggi, dinamiche e traiettorie emotive.

La conferenza stampa di presentazione de “Le cose non dette”

Trama e trailer Le cose non dette

La storia segue le vite e le vicende correlate alla coppia formata da Carlo ed Elisa, la quale appare affermata e brillante e conduce la propria vita a Roma. Lui è un professore universitario e scrittore in crisi creativa. Lei una giornalista stimata anche all’estero.

In cerca di nuovi stimoli partono per il Marocco con gli amici di sempre, Anna e Paolo, e con la figlia preadolescente della coppia, Vittoria. Tra segreti, tensioni sotterranee e sguardi che oltrepassano i confini, il gruppo è costretto ad affrontare verità rimaste troppo a lungo sepolte.

A complicare ulteriormente gli equilibri arriva Blu, giovane studentessa di filosofia di Carlo, presenza misteriosa che accende interrogativi e desideri. In un paesaggio caldo, immobile e lontano, i rapporti si tendono, si rivelano e si trasformano.

Citazioni e pensiero filosofico come chiave narrativa

Il film è attraversato da citazioni letterarie e filosofiche che diventano veri e propri strumenti di lettura dei personaggi. Tra queste spicca la frase che esprime un concetto diretto: la propria felicità dà fastidio agli altri, la quale, nel film, sembra detta in un momento casuale e come consiglio di vita nonché invito a crescere pensando a sé, in modo sano, ma che diventa invece fondamento e giustificazione delle scelte egoiste di Carlo.

Dal pensiero della filosofa francese Simone de Beauvoir emerge anche un altro concetto base del film (motore delle scelte personali di Blu): “Una donna libera è l’assoluto contrario di una donna leggera”, nozione che risuona fortemente nelle figure femminili della storia, in particolar modo nel personaggio chiave e di rottura non degli equilibri, bensì della routine, del perbenismo, e delle facciate stantie dietro le quali i protagonisti si trincerano per negare le verità a se stessi e nascondere agli altri.

Blu infatti non è la causa di tutte le problematiche bensì un sintomo della profonda crisi radicata negli altri personaggi. Altra consapevolezza che attraversa l’intero racconto, pur non essendo una citazione (lo sarà poi eventualmente del personaggio di Anna) è invero questa: “Non si conosce mai veramente chi abbiamo accanto -partner, genitori, figli, amici“. E Le cose non dette lo dimostra e mostra in modo netto e penetrante.

Un ritorno sentito, nuovamente focalizzato sui cambiamenti dei rapporti (in amore, famiglia e amicizia) nel tempo.

Le cose non dette è il film che vede tornare Gabriele Muccino sul grande schermo dopo Gli anni più belli, altro suo grande successo, uscito nelle sale cinematografiche il 13 febbraio 2020, ed è tratto dal romanzo “Siracusa” di Delia Ephron (Fazi Editore), la quale firma anche la sceneggiatura insieme allo stesso cineasta.

Cast e squadra artista del film

Il cast corale è formato da: Stefano Accorsi, Miriam Leone, Claudio Santamaria, Carolina Crescentini, Beatrice Savignani e la giovanissima Margherita Pantaleo.

Direttore della fotografia: Fabio Zamarion. Montaggio: Claudio Di Mauro. Scenografia: Massimiliano Sturiale. Costumi: Angelica Russo.

La colonna sonora e la canzone originale “Le cose non dette“, interpretata e composta da Mahmood, sono prodotte e dirette da Paolo Buonvino.

Produzione e distribuzione

Le cose non dette è prodotto da Lotus Production, una società Leone Film Group, con Rai Cinema in associazione con Asa Nisi Masa.

L’opera è stata realizzata con il contributo del Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo del Ministero della Cultura – Direzione Generale Cinema e Audiovisivo. Distribuzione italiana: 01 Distribution Vendite estere: Rai Cinema International Distribution.

Un Muccino che dialoga con il passato, ma guarda oltre

Guardando Le cose non dette è inevitabile pensare ad opere precedenti del regista come Ricordati di me e in particolar L’ultimo bacio, film che hanno segnato profondamente l’immaginario di Gabriele Muccino e di un’intera generazione. Il richiamo esiste, ma è soprattutto concettuale, legato alla centralità delle relazioni, ai desideri in conflitto e alla fragilità emotiva dei personaggi.

La differenza, però, è sostanziale. Qui non c’è più esclusivamente lo sguardo inquieto e impetuoso della giovinezza, bensì anche quello più consapevole di un autore maturo, che osserva i suoi protagonisti senza indulgere troppo nella rabbia o nel romanticismo disperato. Le dinamiche restano complesse, dolorose, stratificate, ma vengono affrontate con una regia che sembra più interessata a scavare che a esplodere.

Se nei film del passato il dolore spesso si manifestava come urlo, oggi questo aspetto si riduce (sebbene non del tutto), diventa però prevalentemente silenzio, distanza, sottrazione. Le cose non dette racconta lo stesso magma emotivo, ma lo fa con un passo diverso e cioè più controllato, più cupo, più adulto.

Tangeri come labirinto emotivo

Per quel che concerne la scelta di ambientare gran parte del film a Tangeri non è soltanto per una questione geografica, ma anzi, profondamente simbolica. La città si trasforma in un labirinto emotivo, uno spazio sospeso e straniante in cui i personaggi sembrano perdersi insieme alle proprie certezze, pur avendo scelto questo luogo di grande bellezza allo scopo di “ritrovarsi”.

Le strade affollate, il caldo costante, il rumore di fondo, il senso di disorientamento diventano una diretta estensione dello stato interiore dei protagonisti. Tangeri è caotica, asfissiante, magnetica, proprio come la rete di desideri, bugie e frustrazioni che avvolge Carlo, Elisa e tutti gli altri. Non è un luogo che respinge ma nemmeno che accoglie chi arriva con bagagli emotivi tanto ingombranti e pesanti, ed è per questo che diviene un luogo che espone.

Un posto dove le maschere iniziano a cedere e dove le crepe, già presenti, diventano impossibili da ignorare e proseguono così a mandare tutto in frantumi, dopo i vari scossoni che innescano l’inevitabile catena di eventi che si verificherà. Oppure i risvolti così come le conseguenze erano in realtà evitabili? In questo senso, l’ambientazione non accompagna semplicemente la storia: la racconta e guida attraverso le vie labirintiche e gli spazi aperti dove tutto emerge, si mostra alla luce del sole, tra sgomento e dolore.

Personaggi complementari, facce della stessa medaglia

Quelli che Muccino mostra con Le cose non dette, sono tutti personaggi complementari, permeati, anche se in modo diverso, dalla stessa incoerenza, caoticità e dai medesimi tormenti interiori, causati da traumi taciuti, verità celate e segreti che nel frattempo sono stati interiorizzati, trasformandosi in rabbia e sofferenza.

Tutti loro, da Carlo a Paolo, da Elisa ad Anna passando per Blu fino ad arrivare a Vittoria, nessuno escluso quindi, rappresentano le varie sfaccettature degli individui, spesso anche delle stessa singola persona, poiché in tutti noi convivono contrasti, contraddizioni e tormento emotivo.

Carlo (Stefano Accorsi), professore universitario di filosofia e scrittore (in crisi e non solo a livello creativo), che si sfoga nell’attività fisica tra palestra e corsa e che nella vita di tutti i giorni sembra essere posato, saggio, è proprio colui che in breve dimostra di avere una moralità tutta sua.

In modo paradossale alla sua si contrappone quella di Paolo (Claudio Santamaria), il suo migliore amico, il quale sembra essere esclusivamente una persona terra terra, quasi un sempliciotto, oltre che soffocato, inetto e lavativo in ambito familiare. In sostanza un succube arrendevole alla vita ma che man mano, riesce a dimostrare di essere profondamente diverso da Carlo, poiché certe cose lui non le farebbe mai ed è qui che emerge la diversità della natura dei due storici amici e che permette al diretto interessato di aprire gli occhi.

Paolo, nonostante un parziale recupero dal punto di vista umano, porta con sé una colpa enorme: quella di essere stato un padre assente, un uomo che si è accontentato di vivere un rapporto che non ha mai reso felice né lui né sua moglie Anna. Una scelta che ha finito per inghiottire anche Anna stessa in un vortice di carenza d’amore, verità, stabilità e condivisione.

E tutto ciò ha naturalmente ha investito e colpito anche Vittoria, la figlia della coppia, arrivata forse troppo in fretta e che ne ha pagato a sua volta le conseguenze, riflettendosi, drasticamente, sulla sua infanzia e crescita.

Vittoria (la giovanissima Margherita Pantaleo) ha infatti visto sua madre trasformarsi progressivamente in una donna maniaca del controllo, preda di nevrosi (perfino a livello igienico), ma soprattutto di una profonda crisi interiore che si manifesta in comportamenti ossessivi, mai davvero affrontati o curati. Questo plasma Vittoria così come la ricerca della figura paterna assente: la giovanissima ragazza (nel suo passaggio dall’infanzia all’adolescenza) la proietta e visualizza profondamente -a tratti morbosamente- in direzione di Carlo.

Anna (Carolina Crescentini) soffre profondamente, inoltre, per l’assenza della figura paterna che avrebbe voluto presenza costante per Vittoria (sognando che sarebbe stato capace di amare almeno la figlia, veramente), poiché Paolo sceglie deliberatamente di dedicare tutto il tempo al suo ristorante e il giorno libero alle amicizie e alla spensieratezza.

Lei sente così di non contare nulla né agli occhi del marito né a quelli della figlia, finendo per acuire la crisi interiore e inasprendo i conflitti di famiglia così come quelli con gli amici di sempre, Carlo ed Elisa mentre quest’ultima trova in Paolo un amico presente, sempre pronto ad ascoltarla e consigliarla e soprattutto sostenerla.

Eppure non si può dire che Paolo sia è una persona cattiva, bensì un adulto profondamente immaturo emotivamente, sebbene resti un buon amico, soprattutto, appunto, per Elisa. Vittoria, quindi, si trova schiacciata tra un vuoto affettivo da un lato e una presenza soffocante dall’altro. Cresce così con un padre che delega tutto alla madre, la quale si ostina a trattarla, considerarla e persino vestirla come una bambina di dieci anni nonostante ne abbia tredici, e stia vivendo a tutti gli effetti la delicata fase della preadolescenza.

Elisa (Miriam Leone), invece, è la donna che appare calma, centrata, di talento, sempre pronta a sostenere il marito e in generale e gestire i drammi altrui (ignorando però le proprie crisi personali e perfino quelle professionali, che altro non sono se non il riflesso di quelle del marito). Eppure è in verità profondamente segnata dal fatto che lei e Carlo non siano mai riusciti a concepire il figlio tanto voluto e cercato, una ferita che ha lentamente logorato la coppia, creando distanza e vuoto incolmabili, rendendole due persone dominate appunto dal silenzio e cioè dalle cose non dette mai veramente o completamente.

Rispetto ad Anna, Elisa sembra comunque avere una consapevolezza della vita e una forza diverse, quando in realtà finge di non vedere molte cose e mente a se stessa, pur di non perdere Carlo, finendo così per perdere se stessa.

Anna, al contrario, è quella che paradossalmente nota tutto, vede e coglie ogni cosa. Ha il quadro generale chiaro e completo prima degli altri (tranne per ciò che riguarda Vittoria, che ai suoi occhi resta una bambina e quindi nega i fatti che la riguardano e coinvolgono) e con grande lucidità analizza, comprende, decifra. Tuttavia, al suo fianco non ha mai qualcuno che la sostenga davvero, e questo la porta a perdere di credibilità, proprio nel momento in cui ne avrebbe più bisogno e così è la prima a non stimare se stessa e sentirsi compresa.

Vittoria rappresenta dal canto suo la perdita dell’innocenza e, soprattutto, i segni profondi che lasciano i traumi infantili quando si cresce accanto a genitori che sono persone irrisolte e, tra le quali, manca la comunicazione. Lei infatti esterna sensazioni, disagio e sentimenti attraverso la rabbia e la ribellione, diventando una vera e propria bomba ad orologeria.

La giovane Blu (Beatrice Savignani) è una ragazza sognatrice, presto disincantata, trasferitasi dalla provincia di Roma nella Capitale, per studiare filosofia e nel frattempo mantenersi lavorando come cameriera (il ristorante L’Antica Pesa è un altro luogo chiave e simbolo). Lei sembra incarnare solo l’amore ossessivo (oltre a quello infantile per come viene vissuto e interpretato), la perdita di controllo, la rottura degli equilibri e il caos – quando in realtà lei fa breccia alterando una routine ormai recitata e una precarietà emotiva totale-, ma è anche, infatti, dolore e vulnerabilità. Una giovane donna illusa di essere degna di essere vista, scelta e amata.

Un’umanità imperfetta che si riflette nello spettatore

Tutti si perdono nel proprio labirinto di insicurezze, dolore e traumi, divenendo e restando gli uni e le altre legati dallo stesso filo invisibile e soprattutto dalle cose non dette, che innescano un ineluttabile effetto domino, destinato a cambiare per sempre le loro vite, segnandole ulteriormente.

Le famose estreme conseguenze di cui parla Muccino, vengono mostrate con franchezza e arrivano dritte allo spettatore, che dovrà fare i conti con quali parti di sé ritrovare familiari e in quali rispecchiarsi (incluse a proprio malgrado quelle meno piacevoli). Perché è esattamente anche questo ciò che il film vuole fare. Ed è per questo che tutti loro sono facce della stessa medaglia e lo siamo, potenzialmente, tutti noi.

Nel loro insieme, i personaggi de Le cose non dette compongono un mosaico umano in cui nessuno è completamente innocente e nessuno è totalmente colpevole. Ognuno porta con sé ferite, mancanze, desideri frustrati e una personale incapacità di amare nel modo giusto, in primis se stessi/e, quindi, di conseguenza, gli altri.

Muccino li osserva senza assolverli, ma anche senza condannarli, lasciando che sia lo spettatore a riconoscere in loro frammenti di sé, delle proprie paure e delle proprie contraddizioni. È proprio questa coralità imperfetta a rendere il film disturbante e sincero: perché parla di persone comuni che sbagliano, che si proteggono mentendo e che, nel farlo, finiscono per ferire chi hanno più vicino e per tradire perfino il proprio Io.

Lo stile registico: sottrazione, tensione e sguardo adulto

La regia di Muccino abbandona gli eccessi più istintivi e caratteristici del passato -pur senza perdere il tocco personale distintivo e l’identità stilistica- per abbracciare una messa in scena più asciutta, controllata e consapevole. La macchina da presa accompagna i personaggi senza sovraccaricarli, privilegiando sguardi, silenzi, piccoli gesti e distanze fisiche che raccontano più di molte parole.

La tensione non nasce dall’esplosione, ma dall’attesa. Dalla sensazione costante che qualcosa stia per incrinarsi definitivamente. La fotografia calda e avvolgente contrasta con il gelo emotivo crescente e sempre più evidente dei rapporti, mentre il montaggio mantiene un ritmo che lascia respirare il dolore, senza mai banalizzarlo. Ne emerge un film che non cerca la spettacolarizzazione del dramma, ma la sua verità emotiva, confermando un Muccino in una fase di piena maturità artistica.

Un film scomodo nel suo essere profondamente schietto

Le cose non dette è un film che non consola e non addolcisce, ma proprio per questo risulta autentico. Muccino firma un’opera che si può definire scomoda, sofferente, a tratti spietata, che ha il coraggio di mettere lo spettatore davanti a dinamiche riconoscibili e universali: il fallimento dei legami, la paura di restare soli, l’egoismo mascherato da bisogno d’amore, l’incapacità di comunicare davvero, le difficoltà genitoriali e anche la mancata maternità-paternità di figli cercati, forse, più come collante che per consolidamento dell’amore e della coppia.

È un film che chiede attenzione, disponibilità emotiva e onestà verso se stessi. Non offre risposte facili, ma pone domande che continuano a risuonare anche dopo i titoli di coda. Ed è forse proprio qui la sua forza più grande: nel costringere chi guarda a interrogarsi sulle proprie zone d’ombra, sulle scelte fatte e su quelle rimandate, sulle parole mai pronunciate.

Con Le cose non dette, Gabriele Muccino dimostra di essere entrato in una sua evoluzione personale e professionale. Con questo comunica di essere in grado di guardare ai sentimenti con meno impeto e più lucidità, senza perdere intensità. Si tratta quindi di una pellicola, senza dubbio divisiva (divide, bonariamente, lo stesso cast, come accaduto al termine della conferenza stampa di presentazione), che dialoga con il suo passato ma che appartiene, chiaramente, al presente.

What do you think?

Written by Veronica Sgaramella

Nata a Roma nel Luglio 1990, laureata in Scienze Politiche, Sociologia e Comunicazione presso La Sapienza. Coordinatrice, redattrice e inviata di Yepper Magazine, precedentemente redattrice per Vocegiallorossa, poi collaboratrice e speaker @ 1927 On Air - la storia continua, in onda su Centro Suono Sport. Opinionista periodica sportiva a Gold TV. Copywriter e SMM per MyLab3D, NoMade Clothing, MetaLab e Foto Incise sul Legno. SocialMente attiva, amo leggere, viaggiare e immortalare attimi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

GIPHY App Key not set. Please check settings

Polizia di Stato: a Napoli eseguite 28 misure cautelari in carcere per associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti

Intelligenza artificiale: alla Camera dei Deputati conferenza su l’identikit della nuova minaccia digitale