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Mi consigli un film? #2 – I soliti sospetti


La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato convincere il mondo che lui non esiste.
(Roger “Verbal” Kint)

Cambio radicale di registro per il secondo film che ho scelto di raccontarvi in questa rubrica: I soliti sospetti, secondo film del regista americano Bryan Singer, vincitore di due premi Oscar (Miglior attore non protagonista a Kevin Spacey e Miglior sceneggiatura originale a Christopher McQuarrie). Il film è un fantastico thriller di manipolazione, in cui il primo ad essere manipolato è lo spettatore stesso.

Raccontarvi la trama significa smontarla, slegarla per poi riordinarla in senso cronologico. A seguito di un sequestro di un camion di munizioni, cinque ex criminali vengono arrestati e sottoposti ad un confronto all’americana. Tra essi spiccano Dean Keaton (Gabriel Byrne), ex poliziotto corrotto, e Roger Kint detto Verbal (Kevin Spacey), ladruncolo zoppo dal cuore d’oro.
I cinque sospetti ben presto scoprono di non essere stati arrestati e riuniti per caso, ma di essere caduti in una trappola tesagli dall’enigmatico genio del crimine, Keyser Söze. Questi, tramite il suo avvocato, costringe il gruppo di ex criminali a compiere per lui un’operazione suicida: svaligiare un mercantile che trasporta cocaina destinata ad una banda di trafficanti argentini. L’agguato sarà devastante e vedrà un solo supersite: Verbal, lo storpio. Quest’ultimo viene arrestato ed interrogato dall’agente di polizia doganale David Kujan.

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La progressione del film, in realtà, è ben diversa. Si comincia dalla morte di Keaton per mano di un uomo misterioso di cui non vediamo il volto, per poi proseguire con un complicato e ingarbugliato gioco di flashbacks falsi che ruotano intorno all’interrogatorio di Roger “Verbal” Kint.

Sconvolgere ( e coinvolgere) lo spettatore è il gioco sleale del regista e dello sceneggiatore. Lo spettatore partecipa attivamente, gli si fa credere che può arrivare alla soluzione, ma in realtà lo si inganna per tutto il tempo. Il film bara e lo spettatore deve barare per poter trovare la verità.

La dinamica ingannevole del film è realizzata attraverso la menzogna del racconto: tra Verbal e Kujan, il testimone e il poliziotto, s’instaura la classica dialettica che intercorre tra narratore e destinatario, che all’interno del film rappresentano, rispettivamente, l’autore e lo spettatore.

Verbal è l’autore che racconta, Kujan (e noi con lui) è lo spettatore che ascolta. Quello che Verbal racconta è visto da Kujan (e da noi) attraverso le immagini. E tali immagini sono tutt’altro che ingannevoli: l’inquadratura insistente dell’accendisigari; le inquadrature che lasciano sempre fuori campo il volto dell’uomo che spara a Keaton; il ralenty della sigaretta che, lasciata cadere, provocherà l’esplosione sulla nave. Ma, forse per deformazione professionale, una su tutte è la mia immagine preferita: il dettaglio ripetuto fino all’esasperazione del groviglio di corde, evidente metafora del groviglio di eventi del film.

Il piacere di guardare I soliti sospetti va in controtendenza alla definizione di visione intesa come scoperta della verità. La verità è solo uno dei tanti possibili percorsi di lettura. La verità è un racconto che lo spettatore non riesce ad ascoltare. Il pubblico non scopre nulla, piuttosto fatica a decifrare ciò che vede, ciò che l’autore sceglie di mostrargli. Solo a posteriori ogni immagine, ogni sguardo in macchina, ogni primo piano paleserà la sua verità. Il piacere di guardare questo film è proprio quello di lasciarsi ingannare dal suo gioco sleale.

Storia e Discorso della narrazione cinematografica non hanno alcun punto d’incontro. La Storia è quella di un criminale che viene interrogato, racconta un’illusione convincente e riesce a scappare. Il Discorso è il racconto, reso possibile dalla menzogna cinematografica. Lo svelamento della verità, il disvelamento finale delle identità è diabolico, come Keyser Söze, è creativo, come Roger “Verbal” Kint. Chi ha ucciso Keaton? Chi è Keyser Söze? Chi è Roger “Verbal” Kint?

La verità è che la verità mente.

 

 

Ad A. e all’emozione che ci metteva nel parlarmi di quel “groviglio di corde”.

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