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Nessuna attenuante

nessuna attenuantedi Nicola Furia
…e per quanto emerso nel corso del processo, chiedo che questo Tribunale non riconosca alcuna attenuante e condanni il Brigadiere Orlando Roberto ad una pena esemplare, riconoscendolo colpevole di abuso di autorità, violenza e lesioni nei confronti della persona da lui tratta in arresto”.
Il ricordo di quella solenne arringa finale, declamata con enfasi ieratica dal Dott. Opili, Pubblico Ministero del Tribunale di Rieti, penetra nuovamente, come una fredda lama affilata, nella mente del Brigadiere Orlando, soprannominato Nibbio, provocandogli, per l’ennesima volta, un’esplosione incontrollata di odio e rabbia repressa.
Ma è il senso di impotenza che lo rende furioso oltre ogni limite e, ancora oggi, gli fa digrignare i denti, serrare le mascelle e stringere forte i pugni fino a ficcarsi le unghie nei palmi.
In quel momento avrebbe voluto alzarsi di scatto dal banco degli imputati, scavalcare lo scranno dal quale il magistrato pontificava sprezzante puntando severamente il nobile dito dello Stato contro di lui, afferrarlo per la toga e urlargli il suo disprezzo. Avrebbe voluto arrendersi alla nausea che lo opprimeva e vomitare tutto lo sdegno che gli traboccava dalle viscere spandendolo oscenamente sopra quei parrucconi della Corte. Avrebbe voluto sputare sulle loro toghe immacolate, sbattergli in faccia la “sua” verità. Una verità nascosta tra i vicoli di strade malfamate, tra bustine di eroina squagliate negli angoli ricolmi di rifiuti, tra giovani corpi privati dell’adolescenza e venduti su umidi marciapiedi. Era lì, in quei loculi infernali che nessuno voleva vedere, che lui aveva vissuto e combattuto una guerra persa, persa da quello stesso Stato che ora lo voleva rinchiudere in galera. Era lì, in quella sporca realtà, in quell’universo dimenticato e abbandonato che avrebbe voluto trascinare i culi profumati di quei giudici eleganti per poi spingergli con violenza la faccia su quella stessa merda che lui era costretto ad ingoiare ogni giorno. Avrebbe voluto…
Ma ovviamente non poteva farlo. L’unica cosa che poteva fare era sperare nella clemenza della corte, la quale, pur valutando i suoi eccellenti meriti nel servizio e i suoi encomi concessi per essersi distinto in innumerevoli operazioni di polizia, accolse le richieste del magistrato e lo condannò, non riconoscendogli nessuna attenuante.
Come c’era finito Nibbio davanti ad un Tribunale nei panni di imputato?
I ricordi lo riportano vorticosamente a quella notte di Settembre in cui capeggiava la squadra, appostata nella boscaglia di Amatrice, in attesa che i sequestratori venissero a ritirare il riscatto.
Da due mesi la banda teneva sotto sequestro un ragazzino di 12 anni, figlio di un noto imprenditore. La magistratura, applicando le norme anti-sequestro, aveva bloccato i beni della famiglia e, conseguentemente, pagare l’esorbitante somma richiesta era difficile.
I sequestratori, spazientiti dal ritardo, avevano allora escogitato un sistema per sollecitare i familiari nella raccolta dei fondi. Ma, quei bastardi, avevano attuato il modo più subdolo, inumano e atroce per conseguire il loro risultato. Un dito o un orecchio mozzato sarebbe stato più accettabile della nefandezza che concepirono nelle loro menti malate.
Fecero arrivare ai genitori un dvd in cui, col volto coperto da passamontagna, sodomizzavano brutalmente il minore.
“Pagate o lui diventerà per sempre la nostra puttana” era il laconico e freddo messaggio che accompagnava quelle immagini infernali.
Se guardi troppo nell’abisso, infine l’abisso guarderà dentro di te. Dove aveva letto quella frase? Nibbio non lo ricordava, ma ne conosceva il senso. Anni e anni di servizio all’antidroga di Roma lo avevano sprofondato in quell’abisso e, infine, ne era divenuto parte integrante. Un demone tra i demoni. Uno sbirro duro, cinico e violento che agiva spesso fuori dalle regole. E sregolata era diventata tutta la sua vita che si susseguiva senza tempo dentro in ciclone impazzito fatto di proiettili, puttane, manette e cocaina. La cocaina… L’abisso aveva guardato dentro di lui anche tramite la lente di quella merda bianca, limpida, cristallina. D’altronde come ci si può infiltrare in quegli ambienti senza farne uso? Come si fa a mettere la mani nel letame senza sporcarsele? Ma sì, i suoi superiori sapevano benissimo che Nibbio, tra un blitz e l’altro, faceva scorrere quella polvere nelle narici, ma facevano finta di niente e arricchivano soddisfatti le loro cazzo di statistiche sugli arresti.
Poi ci fu l’incidente. Durante un inseguimento, Nibbio perse il controllo dell’auto e, dopo aver infranto le vetrine di un centro commerciale, terminò la sua folle corsa penetrando dentro un negozio di abbigliamento. Per miracolo nessuno si ferì, tranne lui. Il prelievo e le analisi del sangue, in quel caso, erano previsti dalla procedura ed il responso fu inevitabile: guida sotto uso di stupefacenti. Il suo dirigente riuscì ad evitare lo scandalo e Nibbio se la cavò con un trasferimento immediato a Rieti. Ormai lo avevano spremuto come un limone e dovevano toglierselo dalle palle confinandolo in una provincia tranquilla, mortalmente tranquilla.
Qui Nibbio conobbe un altro esule: il suo nuovo comandante, il Colonnello Furia. I due si annusarono silenziosamente e si riconobbero. Anche Furia era stato trasferito in quell’oasi di pace dove non avrebbe più potuto disturbare nessun potente con le sue fastidiose indagini. Erano entrambi reduci di una guerra sanguinosa contro le forze oscure degli abissi. Entrambi vinti, sconfitti, posseduti dal male, ma ancora pronti per un’altra carica disperata contro quei temibili e invincibili mulini a vento. Ma di cariche a Rieti non ce n’era alcun bisogno, si dovevano solo contare noiosamente i giorni che li separavano dalla pensione. Nibbio ne approfittò per disintossicarsi e per togliersi da dosso quella puzza di sudore e adrenalina che gli aveva impregnato l’anima. Ma l’abisso è affezionato ai suoi esploratori, è nostalgico e ne sente la mancanza e, così, quel sequestro di persona, quella violenza perversa, fece sprofondare nuovamente Nibbio nei suoi incubi più cupi… continua la lettura

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