Il prequel del Trono di Spade cambia tono: comicità, trauma, montaggio serrato e atmosfera in crescita. Una reinvenzione coraggiosa.
Il nuovo prequel -o più propriamente spin-off– di Games Of Thrones, A Knight of the Seven Kingdoms, sorprende sin dai primi minuti per un elemento che nessuno si sarebbe mai aspettato: la comicità semi-dissacrante. Non una comicità invasiva ma un umorismo costante e inaspettato, intelligente e volutamente paradossale che sembra voler dichiarare fin da subito una cosa: questa serie non ha alcuna intenzione di replicare ciò che è stato, bensì ridefinire il proprio spazio narrativo.
Come accaduto con Gomorra – La Serie e il suo prequel/spin-off Gomorra – Le Origini, anche qui assistiamo a un distacco netto, voluto, cercato e trovato. Solo che questa volta il cambio di tono è ancora più radicale poiché non riguarda nessuno dei personaggi che vediamo ne Il Trono di Spade.
Se Game of Thrones partiva da un immaginario solenne, epico, quasi liturgico (per quanto anch’esso pieno di momenti irriverenti), questo prequel osa banalizzare -e insieme omaggiare- quella sorta di sacralità, persino nei confronti della sigla cult di GOT. La scena iconica che apre l’episodio è infatti una specie di dichiarazione poetica che però ne prende le distanze, mostrandosi assurda, spiazzante, quasi demitizzante, e proprio per questo memorabile.
Un antieroe come non si era mai visto a Westeros
Il cuore pulsante della serie, disponibile su HBO Max Italia da oggi 19 gennaio 2026, è senza dubbio il suo protagonista: un antieroe nuovo, quasi inedito per questo universo. Non è il classico eroe tormentato, anche se in realtà lo è a modo suo, intento com’è a negare i traumi della propria infanzia da orfano e dal controverso legame con il Ser che lo ha cresciuto e che, nonostante tutto, stima e reputa come una figura paterna.
Allo stesso tempo non risulta essere un villain tragico. È un gigante buono, candido, imbranato, goffo e semplicione, definito e considerato dai più “stupido”, e appare vulnerabile fino a risultare disarmante. La sua sciocchezza, che in realtà è solo ingenuità, diventa la lente attraverso cui osserviamo tutto: il mondo, i conflitti, i rapporti, persino il potere.
Accanto a lui, a fare da contrappunto perfetto, c’è un bambino carismatico e sveglio, orfano a sua volta e diviene il suo scudiero, capace di reggere la scena con sorprendente maturità narrativa. La dinamica tra i due produce un’energia nuova, quasi fiabesca, che però non tradisce mai la complessità di Westeros. Il legame e l’alchimia tra Peter Claffey (classe 1996) e Dexter Sol Ansell (classe 2014), i due attori che interpretano Dunk ed Egg, sono il fulcro di questa serie prequel, che ci mostra i Sette Regni da una prospettiva tutta nuova.
La figura paterna: mito, disillusione e trauma del bambino interiore di Dunk, l’aspirante Cavaliere
Uno dei fili rossi più riusciti del racconto è la rielaborazione della figura paterna che inizia a fare man mano Dunk. Non parliamo di un legame di sangue, ma del sopracitato “Ser-padre”, inteso come mito fondativo del protagonista. Un mito che si sgretola episodio dopo episodio, rivelando una costellazione di traumi infantili mai risolti e anzi sempre distorti, nell’intento di raccontarsi una realtà diversa, in funzione di una possibile, altrettanto diversa e soprattutto prospettiva di vita migliore.
La serie A Knight of the Seven Kingdoms comincia a lavorare bene proprio partendo da questo tema: non lo spettacolarizza, non lo rende melodrammatico. Lo suggerisce attraverso flashback lampo, montati con ritmo serrato e innovativo rispetto a quanto visto con GOT, Che diventano quasi dei colpi di memoria e che fanno immediatamente empatizzare lo spettatore con l’antieroe protagonista, nel quale è più facile riconoscersi.
Ed è proprio il montaggio, insieme al ritmo -molto più veloce rispetto alla serie madre, specie considerando che lo è fin dal suo inizio- a segnare la distanza stilistica più evidente da Game of Thrones.
Fotografia magistrale, musiche accattivanti (ma qualche anacronismo di troppo)
Dal punto di vista tecnico, la serie è un gioiello e questo ce lo si aspetta da serie di un simile livello. La fotografia è pazzesca: luminosa quando deve esserlo, cupa nei momenti giusti, sempre in dialogo con lo stato d’animo del protagonista. Le musiche sono moderne, trascinanti, quasi pop in alcuni passaggi, e contribuiscono a quell’atmosfera più fresca e meno solenne.
Qualche appunto va fatto agli anacronismi, soprattutto nel primo episodio: alcune scelte di linguaggio, ritmo e stile stridono -ma molto probabilmente, in modo consapevolmente scelto- con l’ambientazione, specie considerando che i fatti si svolgono 90 anni prima rispetto alla storia di GOT, e rischiano a tratti di far uscire lo spettatore dal mondo immaginario. Sicuramente ciò rende questo debutto particolare e non banale visto che non ce lo si aspetterebbe minimamente.
Dal secondo episodio in poi: atmosfera, upgrade e ritorno graduale alle origini
È però dal secondo episodio che il progetto esplode e mostra tutto il suo potenziale. Il tono si assesta, l’ambientazione torna a farsi più riconoscibile, e quella sensazione epica -quell’aria da Westeros che lo spettatore ama e riconosce- riemerge potente.
Non è un ritorno nostalgico fine a sé stesso, ma un upgrade narrativo: la serie prende consapevolezza di ciò che vuole essere e inizia ad esserlo con decisione. Da lì in avanti cresce, si evolve, affascina. E soprattutto incolla allo schermo.
La capacità di sapersi reinventare attraverso i prequel, puntando anche sulla seconda stagione
A Knight of the Seven Kingdoms è sì uno spin-off de Il Trono di Spade ma non lo vuole imitare, né sostituire. Vuole reinventare. Con un antieroe fragilissimo e irresistibile, un ritmo nuovo, una comicità che sorprende e una cura visiva straordinaria, la serie costruisce un’identità propria pur restando saldamente nel mondo che i fan conoscono.
Non è un prodotto solenne, ma è uno dei più coraggiosi tentativi di espandere l’universo di Westeros visti finora, visto che House Of The Dragon rimane più imponente e simile a GOT. Con KOTSV si respira un’aria nuova e, attraverso ogni episodio, diventa sempre più evidente quanto possa ambire a lasciare un segno tutto suo.
Gli episodi in questione sono sei in totale e usciranno, fino al finale di stagione, previsto per il 23 febbraio 2026, a cadenza settimanale. Senza dubbio HBO crede e punta su tale progetto, avendo già rinnovato la serie per una seconda stagione, in arrivo nel 2027 su HBO Max.



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