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ESCLUSIVO. Esercito: 7 gennaio 1992 la strage di Podrute. Il sacrificio del personale dell’ALE impiegato nella missione della Comunità europea ECMM nella ex Jugoslavia

ZAGABRIA (nostro servizio particolare). Croazia, 7 gennaio 1992. Siamo all’inizio di uno spezzone delle guerre balcaniche che insanguinarono l’area dal 1991.

Un’immagine della guerra in Croazia

Un conflitto iniziò con un confronto tra la Polizia croata e i serbi residenti nella Repubblica Socialista di Croazia.

Man mano che la Jugoslovenska narodna armija, ovvero le Forze Armate di Belgrado, passarono sotto l’influenza serba, nella capitale jugioslava molte delle sue unità iniziarono a sostenere i combattimenti serbi in Croazia.

I croati, da parte loro, volevano formare uno Stato sovrano indipendente dalla Jugoslavia, ma i serbi si opponevano alla secessione e volevano che la Croazia restasse legata alla Jugoslavia.

I serbi delinearono una nuova linea di confine all’interno del Paese, separarono i territori e tentarono di conquistare quanto più territorio croato fosse possibile.

Obiettivo finale: la creazione della cosiddetta Grande Serbia.

Ma la Comunità europea, nel 1992, ritenne che la situazione in Croazia fosse più tranquilla.

E decise di rischierare un team di elicotteri italiani dell’Esercito (Italian Hely Team), costituito da un AB 205 e 2 AB 206, da Lubiana a Zagabria, da dove aveva dovuto evacuare, nell’ottobre 1991, a causa di diverse azioni contro di esso.

 

Uno degli elicotteri in volo

Il piano di rischieramento aveva già visto atterrare a Zagabria l’AB 206 EC 520, negli ultimi giorni del 1991.

L’anno nuovo iniziò. Il 2 gennaio 1992, l’AB 205 venne taskato per portare del personale a Sarajevo, capitale della Bosnia-Erzegovina.

La mattina del rientro, a causa della rottura dello starter generatore, venne allertato l’equipaggio in stand by del 206 che il giorno stesso, in una fitta nebbia, decollò per Sarajevo.

E da questo momento iniziarono una serie di eventi che decisero la vita e la morte di alcuni dei militari impiegati nella missione europea EUROPEAN COMUNITY MONITOR MISSION (ECMM).

Quello che racconteremo sembra il soggetto di un film ma in verità fu una realtà che portò alla morte di 4 nostri militari e di un ufficiale della Marina francese.

Persero la vita il comandante Colonnello Enzo Venturini, il Sergente Maggiore Marco Matta, i Marescialli Capo Silvano Natale (meccanico) e Fiorenzo Ramacci  (tecnico elettromeccanico) e il Tenente di Vascello francese Jean Luc Eichenne (osservatore per conto della missione).

I resti dell’elicottero abbattuto dai Mig serbi

I militari italiani erano quasi tutti effettivi al 5° Reggimento Aviazione dell’Esercito Rigel di Casarsa Della Delizia (Pordenone) da cui dipendeva l’elicottero AB- 205.

I FATTI

Un elicottero AB 206 EC 633 decollò da Lubiana. Ma a causa di un problema tecnico alla trasmissione, fu costretto ad un atterraggio, in emergenza, nella steppa ungherese.

I piloti tentarono di comunicare con Budapest Control. Intanto le Autorità aeronautiche ungheresi attivarono le procedure SAR (Search and Rescue).

La chiamata radio non era andata a buon fine. L’equipaggio si trovava verso Nagykaniza, una cittadina collocata nel Transdanubio Occidentale.

Ma l’atterraggio era troppo urgente, c’era anche nebbia, e così l’equipaggio non riterò le chiamate.

Una volta al suolo, in sicurezza, i due piloti si misero alla ricerca del centro abitato.

Una volta trovato un piccolo agglomerato, i nostri militari furono guidati da una persona del luogo all’Ufficio Postale.

Il locale era chiuso. Ma, all’esterno era presente un box contenente un telefono a manovella collegato con una non ben identificata Stazione di Polizia.

Malgrado la difficoltà nel comunicare (dall’altra parte del filo l’inglese era una lingua sconosciuta) i piloti riuscirono comunque a lanciare l’allarme.

Così dopo poche decine di minuti, giunse sul luogo dell’atterraggio una jeep della Polizia e, una volta calata la nebbia circa un’ora dopo, giunse anche un elicottero Mi8 dell’Esercito ungherese.

L’elicottero era sotto il controllo del Maresciallo Capo Fiorenzo Ramacci (Fiore per gli amici).

Il team degli elicotteristi che facevano parte della missione

A bordo dell’Mi8 il nostro equipaggio raggiunse Kaposvar (l’abituale tappa ungherese dove  gli elicotteristi rifornivano i velivoli).

Da qui il team italiano potè contattare il Comando.

Un testimone ricorda questo episodio: “Durante il volo a bordo dell’Mi8, su quasi tutti i paesetti il pilota compiva dei 360 gradi. Incuriosito ho chiesto al tecnico quanti amici avesse da salutare il pilota, ma il tecnico mi rispose che leggeva solo i cartelli stradali per assicurarsi che fosse sull’itinerario. Tutto il mondo è Paese, non dimenticando che a quei tempi i GPS ancora non venivano impiegati“.

Dai contatti avuti con il Comando venne deciso che un altro tecnico venisse in supporto al nostro elicottero  in avaria, via terra, con un automezzo dell’European Community Monitor Mission (ECMM), e con lo stesso mezzo Fiore avrebbe proseguito alla volta di Sarajevo.

Ma come avviene in tutte le guerre c’era un destino in agguato che intervenne a cambiare i piani.

Quattro gennaio 1992: il 206, risolto il problema tecnico, volò alla volta di Kaposvar per fare il pieno e rischierarsi a Zagabria (se così fosse avvenuto, sarebbero stati i piloti italiani il bersaglio di quello che avverrà 3 giorni dopo? Chissà).

Il Maresciallo Capo Ramacci partì il mattino di buon’ora in auto per Sarajevo.

Ma quando il team italiano ormai pronto a rientrare su Zagabria, avvenne un altro fatto.

Fu bloccato dal Comando perchè il mezzo di Fiore aveva avuto un incidente stradale.

Fortunamente nessun problma per il personale. Ma il cambio era fermo a Pecs, a Sud dell’Ungheria, verso il confine con la Serbia.

Quindi nuovo cambio di ordini: si deve atterrare a Pecs, caricare Ramacci ed il pezzo per il 205, ripartire per Sarajevo.

Il piano così come era stato predisposto funzionava. I nostri trovarono per strada Fiore.

Una volta partiti compirono uno scalo tecnico a Belgrado per rifornire e subito ridecollarono per Sarajevo.

E qui la situazione si complicò. Sull’aeroporto bosniaco era calata una nebbia fittissima.

Era quasi buio e non si ha il carburante per tornare indietro. Per fortuna sull’aeroporto è attivo il GCA, una procedura di avvicinamento basata sulle informazioni dell’operatore a terra che guidava il nostro equipaggio attraverso una traccia radar.

Così grazie alla grande esperienza del secondo pilota e al buon addestramento che gli equipaggi avevano in quegli anni, gli italiani riuscirono a portare l’AB 206 EC 633 sulla pista di Sarajevo e a consegnare il ricambio.

Ad attendere i loro commilitoni: l’intero equipaggio del 205, composto dal Comandante Enzo Venturini, dal pilota Sergente Marco Matta e dal tecnico Maresciallo Capo Silvano Natale.

Il 5 gennaio è dedicato ai lavori sull’aeromobile AB 205 e l’equipaggio del 206 puó dedicarsi ad una visita nella storica città di Sarajevo.

La sera, presso il comando della ECMM, di Sarajevo, un Tenente di Vascello francese, Jean Luc Eichenne (osservatore per conto della missione) che doveva rientrare in Patria, venne aggiunto alla lista passeggeri.

Il 6 di pomeriggio si ripartì. La notte fu trascorsa a Belgrado. Si voleva, infatti, evitare di volare di notte.

L’ATTACCO DEI MIG

Il 7 gennaio 1992 fu il giorno più drammatico per i nostri militari.

Si ripartì, racconta chi c’era. Ed era una giornata meravigliosa.

Di solito, ci è stato raccontato da chi era presente in quella missione, è sempre stato complicato volare in quell’ambiente, fra nebbie e perturbazioni.

Invece, quel giorno il clima era perfetto. Non c’era nessuna nube. Il cielo era di un azzurro intenso.

Sarà un volo tranquillo? Mica tanto. I nostri militari sono troppo esperti per capire che non sarà poi una giornata da gita.

Da Belgrado a Kaposvar nulla da segnalare. Zero problemi, si sarebbe scritto nel rapporto.

Sull’EC 633 volarono, come passeggeri, l’ufficiale francese e Fiore. Una volta atterrati a Kaposvar per il solito scalo tecnico, il team pranza. Tutti sapevano dove i nostri erano diretti, compresa la difesa area serba.

Dopo pranzo si ridecollò: rotta per Zagabria.

Ramacci aveva ceduto il posto al tecnico che era rimasto ad aspettare i nostri in Ungheria e aveva dato supporto quando c’era stato il problema tecnico dell’andata.

Il francese aveva ceduto il posto a un diplomatico belga, Klint, che fino a lí aveva volato sul 205 EC 305.

Uno scambio di posti uno scambio di vite.

E’ vero che i nostri piloti erano sereni ma anche consapevoli che non fosse una missione qualunque perchè si tornava, in Croazia, dopo quasi tre mesi.

Visto il tempo eccezionale (alcuni riferimenti come il monte che sovrasta Zagabria già si vedevano dall’Ungheria) e in considerazione che la minaccia l’avevano sempre ricevuta da terra, gli italiani decisero  di volare intorno ai 3 mila piedi, distanti dal tiro delle armi portatili.

A bordo si passava il tempo. Era il compleanno del secondo pilota del 205, Marco Matta.

Una volta arrivati sarebbe stata una serata di festeggiamenti per il collega.

Ma alle 14.07 (ora locale), tuttò cambiò. In pochi minuti si compì la tragedia.

I nostri militari furono vittime di un attentato. Ai comandi di un MIG attaccante Emir Šišić, sull’altro velivolo Danijel Borović.

Fu Šišić che puntò uno dei due elicotteri e lo fece esplodere con un missile aria aria, uccidendo i passeggeri.

I fatti passarono alla Storia come la strage di Podrute.

Si ricordano i Caduti

UNA TESTIMONIANZA

Sento distintamente due colpi sordi, poi come una raffica. D’istinto, visto che l’elicottero vibra a quei rumori, guardo gli strumenti della trasmissione ricordando il problema all’andata, ma quasi in contemporanea, un boato.

I miei occhi si spostano verso quello che un attimo prima era l’EC 305 e lo vedo aperto, spezzato in due, e frammenti ovunque, d’istinto tiro a me il ciclico per evitare i detriti e noto la sagoma classica di un Mig 21 passare davanti, in virata, a qualche centinaio di metri, più o meno stessa quota.

Solo in quel momento realizzo cosa è accaduto. Il secondo pilota suggerisce subito di andare rapidamente all’atterraggio.

Durante la discesa ero certo che l’aereo sarebbe tornato per finirci, ma per fortuna il fishbad ha un raggio di virata bello largo, pertanto quando è tornato non ci ha più trovato.

Nel frattempo lancio il Mayday alla torre di Zagabria e aspettando il botto continuiamo la discesa, pensavo a mia moglie ed ero sicuro che sarei morto.

Non so i pensieri degli altri componenti. Comunque gestiamo l’elicottero, nonostante la tensione, e individuiamo una radura dove poter atterrare un po’ più occultati.

Concluse le fasi di spegnimento iniziamo a scendere ancora increduli. Sopra la nostra testa un’enorme nuvola nera che conferma quello cui abbiamo assistito.

Nel frattempo, con grande professionalità, il tecnico Maresciallo Capo Silvio Di Bernardo conclude le procedure per far scendere anche Klint (il diplomatico belga Ndr). Lì a un centinaio di metri un’abitazione.

Una famiglia croata di cui poi diventeremo amici (Mario, Laura, Perla e Rosa) ci permette di telefonare.

Alla domanda se ci fossero superstiti sull’altro elicottero, la mia risposta fu secca: sono tutti morti.

Facemmo ognuno di noi una chiamata a casa per cercare di tranquillizzare i parenti, poi io con Mario e un gruppo di irregolari croati, salimmo su una Golf per andare sul luogo dell’abbattimento.

Tutti armati di AK 47 con il colpo in canna, stretti come sardine, abbiamo raggiunto un’area dove presumibilmente poteva essere il relitto dell’AB205.

Sceso dall’auto perchè le strade di fango erano impraticabili. Continuai a piedi e qualche centinaio di metri più in là individuo la coda, annerita dall’esplosione, e non molto lontano il corpo del Capitano di Vascello Jean Loup Eychenne.

Continuando, appeso ad un albero, il mio giaccone, bruciacchiato (il mio bagaglio era sul 205).

Poi in una radura, la cabina del 205 con i corpi del comandante, Tenente Colonnello Enzo Venturini, del Sergente Maggiore Marco Matta e del tecnico Maresciallo Capo Silvano Natale.

Sull’altro lato della radura, in mezzo al boschetto, i resti del Maresciallo Capo Fiorenzo Ramacci. Fiore per gli amici“.

Una storia che a scriverla e a leggerla entra nelle vene, nel cuore, nell’anima.

Tutti i componenti l’equipaggio, furono insigniti della
 Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria.

LA MISSIONE DI MONITORAGGIO DELLA COMUNITÀ EUROPEA (ECMM)

La missione si svolgeva sotto l’egida della Comunità europea e con l’approvazione delle stesse autorità di Belgrado, per assicurare l’osservanza del “cessate il fuoco” stabilito dalla fine del 1991.

Tutto partì dalla fine degli anni ’70, quando la Repubblica jugoslava, con capitale Belgrado, era composta da 6 Repubbliche: Slovenia, Croazia, Bosnia, Serbia, Macedonia e Montenegro.

La Jugoslavia era in definitiva, come un “mosaico” molto complesso, per stessa ammissione del Maresciallo Josef Broz Tito.

Josif Tito

Il quale morì il 4 maggio 1980. Tito era riuscito a tenere unito questo “mosaico”, ma dopo il 4 maggio nel Paese scoppiò una conflittualità interna che portò allo scatenarsi di conflitti mai sopiti.

A questo punto, siamo nell’estate del 1991, la Comunità economica europea decise di dislocare, in Jugoslavia, propri rappresentanti, con il compito di monitorare il ritiro delle truppe federali dalla Slovenia e dalla Croazia e di stabilire tutti i contatti che potessero favorire iniziative di pace.

Il 15 luglio fu inviato in Croazia, su disposizione della stessa Comunità, un contingente composto da militari con il compito di monitorare il rispetto degli accordi firmati il 7 luglio a Brioni.

A questa missione che fu chiamata “EUROPEAN COMUNITY MONITOR MISSION (ECMM)” parteciparono, a rotazione, i 12 Paesi membri della Comunità Europea.

Tutti i componenti la missione erano disarmati.

Il 1° ottobre 1991, 2 elicotteri AB-206 ed 1 elicottero AB-205, dipinti di bianco, con le insegne della ECMM, decollarono dalla base di Udine-Campoformido, e dopo una breve sosta a Ronchi per il disbrigo delle pratiche doganali, raggiunsero Zagabria.

Il team era composto dal Colonnello Enzo Venturini (comandante e pilota dell’AB-205), Maggiore Ilio Venuti (vice comandante pilota dello stesso velivolo), Capitano Dionigi Loria (ufficiale tecnico), Capitano Domenico Barbagallo (pilota dell’AB-206), Tenente Renato Barbafiera (pilota dello stesso elicottero), Maresciallo Ordinario Sandro Tombolesi (pilota del 206), Sergente Maggiore Alessandro Muzii (pilota del 206), Sergente Maggiore William Paolucci (pilota del 206), Sergente Maggiore Marco Matta (pilota del 205), Maresciallo Maggiore Mario Cardassi (tecnico meccanico), Maresciallo Capo Silvio Di Bernardo, (tecnico meccanico), Maresciallo Capo Silvano Natale (tecnico meccanico), Maresciallo Capo Nicola Villani, (tecnico elettricista), Maresciallo Capo Fiorenzo Ramacci (tecnico elettricista), Maresciallo Maggiore Rosario Marra (tecnico elettromeccanico), Sergente Maggiore Oreste Di Gennaro (tecnico elettromeccanico), Sergente Maggiore Francesco Occhipinti (RBM), il Maresciallo Capo, Francesco Raucci e Maresciallo Vincenzo Santonastaso.

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Written by Report Difesa

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