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Cerco casa disperatamente…

“Salve, vorrei chiedere qualche informazione riguardo quell’immobile dell’annuncio, in vetrina. Quello a 209 mila euro – Prego signora, si accomodi. Cosa le interessa sapere? Vuole fissare un appuntamento?” Un agente immobiliare è più o meno abituato a questa quotidiana routine. Una decina di clienti al giorno sempre a fare le stesse domande. “Ma il bagno è finestrato? Ma la terrazza è vivibile? Il prezzo è trattabile?” sono milioni – e sempre simili – le domande che un cliente pone all’agente immobiliare. Una noia… O forse no? anche in questo sta la professionalità di un buon venditore di case. Non cascare nella routine, cercare di capire al meglio perplessità ed esigenze di ogni singolo cliente. In fondo siamo tutti esseri umani, mica numeri in una tabella periodica o pedine su una enorme scacchiera. Ma a che pro questo ragionamento molto empirico?
É doveroso a questo proposito un bel passo indietro. 2011, inizia a tutti gli effetti la mia carriera di collaboratore di agenzia immobiliare. Tra i vari compiti quello di capire le esigenze di ogni singolo cliente, fargli la cosiddetta intervista. Serve in primis a capire le reali esigenze del cliente, ma dopo la dodicesima casa visionata con lui, serve soprattutto a stilare un trattato psicologico riguardanti le assurde pretese della famiglia – fino al quinto grado di parentela – alla quale lui, a testa bassa, permette tranquillamente di dispensare consigli e critiche con pretese alquanto assurde “ma hai notato che nel ripostiglio non c’è nemmeno la predisposizione per l’aria condizionata?” “Ah no questo balcone è troppo esposto a sud. Metti che vuoi coltivare il meraviglioso gladiolo dei balcani…” e via dicendo. Il risultato è uno solo: tentare di tirare giù il prezzo degli immobili trovando difetti inesistenti. Cosa risaputa, impossibile trovare il piede per la propria scarpa. O forse sì, ma troppo oneroso? Compra il terreno, chiedi il permesso, stila un progetto, costruisci la casa… E quando ti passa? E il risultato finale non garantisce nemmeno l’effettiva riuscita. Ma tralasciamo questa divagazione e continuiamo la “cronistoria”.
2013: il ruolo da me ricoperto, da semplice collaboratore, passa a COORDINATORE della solita agenzia, il che premette un contatto più diretto con i clienti, una prima scrematura e, per finire, un lavoro prettamente d’ufficio. In pratica otto clienti su dieci passano, in prima istanza, “dalle mie grinfie”. Più che interviste, si tratta di veri e propri interrogatori di terzo grado: nulla di personale, ma tra curiosoni, perditempo e chiacchieroni si rischia di portare a passeggio tanta di quella gente… Poi allestiamo anche un banco per l’happy hour e una pista di bocce, e il pane a casa non lo porta piú nessuno…
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2015: passo dall’altro lato della staccionata. Il bilocale da me (e per me) acquistato nel 2008 già cominciava ad essere strettino per la coppia, figuriamoci con l’arrivo di un bambino. Così siamo partiti alla riscossa. Come é classico in questi casi, tranne che non ci sia una “buona base” economica, la necessità é quella di vendere la casa piccola e acquistarne una più grande, prendendosi un lasso di tempo necessario a fare tutta la “manovra” nel migliore dei modi. Ma se la vendita della casa piccola può comportare stress, beghe e rotture di scatole varie (scusandomi con i lettori per la licenza), il riacquisto può assumere sfaccettature DA INCUBO.
La partenza è la ricerca dei requisiti dell’immobile, gli accessori e i cosiddetti “necessori” (come io li definisco, ndr), ovvero quegli accessori a cui è impossibile rinunciare per tanti motivi (ad esempio un posto auto coperto per la macchina nuova ed eventuali bici e moto, ecc. ecc.). Una volta che abbiamo definito la situazione e abbiamo in testa la nostra “casa dei sogni” sembrerebbe fatta. E invece no! Appartamenti da sogno in fatiscenti, catapecchie passate per ville in stile Beverly Hills, ci toccherà visitare 10, 20, 30, 50, forse anche 100 case. E più che si va avanti, più che il tempo per concludere l’affare STRINGE, e più che si rischia di rimanere fuori casa. Non necessariamente sotto un ponte, ma magari accontentarsi… o finire a trovarsi una situazione in affitto, magari anche solo temporanea.
Affiancata a questa fatica nella ricerca, possono esserci orari di lavoro proibitivi, che ci consentono di avere poco tempo libero, da strappare all’affetto dei cari per visitare case quasi sempre poco consone a quello che avevamo in testa, quindi addio alle pause pranzo comodamente seduti a casa. Panino, kebab o trancio di pizza e via. E si incontrano i vari proprietari, ma anche spesso colleghi e, vuoi o non vuoi, essendo nel campo, amici o conoscenti. Ma anche lì si scopre l’effettiva disponibilità, professionalità e cordialità delle persone. E spesso si è ad una linea sottile come il filo di un rasoio dal “VAFFA” (e mi scuso ancora per la licenza) nei confronti della persona che ti vuole appioppare, o detta meglio vendere, a tutti i costi la casa.
Certo, dalla mia ovviamente posso dire, in definitiva, che sono molto esigente perchè sono del mestiere. Ma so benissimo per primo che bisogna poter e saper accettare dei compromessi, purchè non sfocino poi nel ritrovarsi punto e a capo nel giro di pochi anni: sarebbe deleterio per la salute personale e della famiglia.
In conclusione non posso dire altro che c’è sempre da imparare. In tutti i casi bisogna sempre cercare di immaginare chi sta dall’altra parte del tavolo. Qualsiasi sia l’ambito professionale con cui si ha a che fare. E magari cercare di essere più accondiscendenti. Immaginando che prima o poi possa capitare anche a noi stessi di avere necessità di quelle determinate figure e quindi, in definitiva, non insultarsi vicendevolmente (tra cliente e professionista, ndr), ma cercare di capirsi e comprendersi. Il rapporto interpersonale gioverà tantissimo e lascerà certamente un sorriso e un ottimo ricordo. E sarà anche un’ottima pubblicità per l’azienda, perchè no?

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