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Gli MVP silenziosi (Parte Uno)

Di questi tempi, alla parola MVP, si scatena una guerra senza precedenti tra i tifosi. Il mio compito non sarà parlarvi di quei giocatori che tutti conoscono e che tutti idolatrano, sarei banale. Vi parlerò di quei giocatori di cui non si sente parlare spessissimo ma che sono i veri aghi della bilancia delle proprie squdre, la loro prestazione influenza estremamente quella generale.
Ad oggi una cosa è sicura, i Golden State Warriors giocano un basket meraviglioso, frutto di un sistema di gioco congeniale, fatto di tanto ball movement e della continua ricerca di un tiro migliore. Avere in squadra due tiratori come Curry e Thompson su cui si accentrano necessariamente le difese avversarie consente agli altri giocatori di migliorare continuamente in maniera più serena.
La realtà è che la cura Kerr ha radicalmente modificato il modo di agire e pensare di questi giocatori, spingendoli al massimo delle loro potenzialità, ed oltre. Ma il vero colpo di genio del coach di Golden State si chiama Draymond Green.
Scelto alla pick 35 proprio dai GSW durante il draft del 2012 (si ragazzi, proprio alla 35!), oggi si presenta come il vero asso nella manica di questa squadra. Uno Spartans a tutti gli effetti, sia per il nome della squadra di college da cui proviene sia per l’atteggiamento che mostra in campo. E’ il “warrior” per eccellenza all’interno di questa squadra, un tutto fare che può fare sia l’esterno che il lungo di riferimento (come nel caso delle Finals dello scorso anno quando i quintetti si abbassarono). Negli ultimi anni ha acquisito un intelligenza cestistica di altissimo livello, migliorando notevolmente anche con il tiro da fuori e diventando pericoloso in ogni posizione del campo. Le statistiche, per quanto debbano essere prese con le pinze, dimostrano non solo quanto sia fondamentale come giocatore ma anche quanto sia versatile: la capacità di prendere rimbalzi, muovere la palla creando tiri facili per i compagni, rubate, punti e tanti minuti sul terreno di gioco.
Diventata virale la frase che l’anno scorso coach Kerr pronunciò in conferenza stampa quando gli chiesero se Green non fosse troppo affaticato per i tanti minuti che il giocatore impiegava sul parquet: “Chiedo sempre a Draymond se è stanco. Se mi dice che non lo è, lo lascio in campo ma se mi dice che lo è, lo lascio in campo comunque. E’ troppo importante.”
Si può dedurre evidentemente quanto questo giocatore sia fondamentale per un sistema di gioco simile, ed in particolare per questa squadra. E’ in grado di cambiare su quasi tutti i giocatori, dotato di una grandissima personalità ed un lavoratore eccezionale. Una sicurezza sul parquet per coach Kerr; lo dimostrano i numeri che sta facendo registrare, il primo anello, e la striscia di vittoria che insieme ai suoi Golden State Warriors sta mettendo in piedi.
Intanto sono 22-0 questa stagione, e Steve Kerr si coccola i suoi gioiellini. Tanti saluti dagli uomini della baia.

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