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La mappa dei paesi che bloccano i social network

A pochi giorni dalle elezioni amministrative dello scorso 30 marzo, la Turchia è stato l’ultimo paese, in ordine cronologico, che di fatto ha staccato la spina ai social network, bloccando l’accesso a Twitter e YouTube. Soltanto una sentenza della Corte costituzionale turca, in virtù dell’articolo 26 della Costituzione che difende la libertà di espressione, ha ordinato all’autorità governativa delle telecomunicazioni Tib la sospensione della censura che ha bloccato la rete sociale dal 20 marzo.
Sono almeno sei i paesi nel mondo che in queste ore bloccano le connessioni a TwitterFacebook, YouTube e molte altre nazioni hanno istituito blocchi temporanei negli ultimi due anni.
Cina: ha bloccato Facebook, Twitter e YouTube nel 2009. A settembre 2013 il governo ha deciso di smettere di censurare i siti web stranieri nell’area di Shanghai;
Iran: ha bloccato Facebook, Twitter, mentre YouTube vacilla dal periodo delle elezioni presidenziali del 2009;
Vietnam: negli ultimi due anni ci sono state segnalazioni di blocchi a Facebook. Lo scorso settembre il Vietnam ha approvato una legge che vieta, ai cittadini, la pubblicazione di contenuti anti-governativi sui social;
Pakistan: nel 2012, il Pakistan ha bloccato YouTube dopo la pubblicazione di un video anti-Islam che ha scatenato proteste nel Paese;
Corea del Nord: l’accesso a Internet è limitato in tutto il Paese;
Eritrea: è indicato come uno dei paesi con tasso di censura più alto al mondo. Nel 2011 due dei principali fornitori di servizi Internet del Paese hanno subito un blocco.
social media fire
Lunga la lista dei governi, non presenti nella lista dei sei appena citati, che hanno vietato in passato le connessioni alle reti dei social media, a causa di proteste o periodi di disordini. Ad esempio Twitter è stato spesso incolpato di essere il mezzo attraverso cui sono state organizzate le proteste durante la primavera araba.
Dall’anno 2009 Google ha contato 16 interruzioni di YouTube in diverse 11 macro regioni del pianeta. E’ online il “Rapporto sulla trasparenza Google“, uno strumento che raccoglie i “dati che chiariscono l’influenza di leggi e norme sugli utenti di Internet e sul flusso di informazioni online”. Il Rapporto consente di consultare dati in merito a “richieste di rimozione di contenuti da parte dei governi, richieste di informazioni sui nostri utenti, richieste di rimozione dai risultati di ricerca da parte di titolari di copyright, traffico dei prodotti Google, navigazione sicura”.
Si legge: “abbiamo introdotto il Rapporto sulla trasparenza nel 2010 per mostrare pubblicamente come leggi e norme influiscano sull’accesso alle informazioni online. Oggi, per l’ottava volta, stiamo pubblicando nuove cifre inerenti le richieste di rimozione di contenuti dai nostri servizi, avanzate da enti governativi. Da gennaio a giugno 2013 abbiamo ricevuto 3.846 richieste da parte di enti governativi per rimuovere 24.737 parti di contenuti, il che si traduce in un aumento nel numero di richieste del 68% rispetto alla seconda metà del 2012“.
Web e social media, piazze virtuali in cui si estendono le nostre vite reali. Ma con quanta libertà, con quanta democrazia?

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