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Siam pronti alla morte…l’Italia chiamò!

Ma quale Italia?Che brivido ogni volta che, in coro, con gli occhi lucidi e la mano sul cuore, intoniamo il nostro amato Inno. Di solito ce ne ricordiamo quando con gli amici guardiamo una partita della nazionale. È inutile specificare di che sport sto parlando, perché per l’80% degli italiani l’unica nazionale per cui vale la pena tifare è quella di Prandelli. Le altre eccellenze dello sport verranno seguite, dai più temerari, sui canali minori di Mamma Rai.

Ma questo è solo un breve inciso, torniamo a quel capolavoro risorgimentale che Mameli ci ha regalato. Già dalle prime note sale l’eccitazione. Ricchi e poveri, politici ed escort, manager e disoccupati, gay e omofobi, preti e pedofili, nonni e nipoti, tutti con la mano sul cuore, tutti con il sorriso sul volto, tutti a prender fiato per dichiararsi con forza: “Fratelli d’Italia…!”.

Ma passato il momento, finita la partita, calata l’eccitazione, chi è ancor così fiero di esser “fratello d’Italia”?
Crescendo s’impara ad amare il Bel Paese, il suo clima, il suo profumo, la sua storia. Ed è un amore viscerale, così profondo da non accorgersene, perché è già, completamente, parte di noi. Un giorno, però, la Signora a forma di stivale comincia a tradire. Ogni giorno tradisce l’amore di un italiano e, scoperto l’imbroglio, il risveglio è cosa assai difficile da gestire.

Il Bel Paese tradisce chi con onestà ha cercato di portar avanti una piccola impresa; tradisce chi duramente ha lavorato e vorrebbe godersi la sua pensione; tradisce i bisognosi, gli ammalati, gli immigrati; ma soprattutto tradisce i giovani: calpestandoli, svilendoli, svalutandoli. Per veder riconosciute le proprie qualità, i sacrifici fatti, o più semplicemente per lavorare e percepire uno stipendio che consenta di vivere, i giovani italiani son costretti a lasciar l’amato stivale. E più ci si allontana da esso più si comprende quanto sia diventato (di-)sgraziato. Lo stivale tanto ammirato nei secoli passati è, oggi, uno scarpone “annegato” che nessun pescatore ha intenzione di tirar su. D’altronde l’unico pescatore capace di una simile impresa è il popolo, e a ben vedere si tratta di un popolo che non ama lottare.

Forse è stanco, forse è distratto, più probabilmente resta indifferente finché l’Italia non lo frusta più forte. Il piccolo imprenditore sceglie il suicidio; il lavoratore sessantenne sceglie il politico che promette di più; i bisognosi, gli ammalati, gli immigrati scelgono la rassegnazione. E i giovani vanno via, con il cuore in gola, vanno via, con uno zaino in spalla pieno di delusioni, vanno verso un “nuovo mondo” capace di amare il suo popolo, di riconoscerne e tutelarne i diritti.

Chi resta, non lotta. Spagna, Grecia, Turchia, e via dicendo, sono solo utopie per il popolo italiano. Qui si scende in piazza solo per far festa! Ma a ben vedere cosa abbiamo da festeggiare? Perché non uniamo le nostre forze per cambiare le sorti di un paese destinato al crollo totale?
La seconda strofa del tanto emozionante Inno di Mameli ben si collega a ciò che sto dicendo:

“…Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam popolo,
Perché siam divisi.
Raccolgaci un’unica
Bandiera, una speme:
Di fonderci insieme
Già l’ora suonò…”

E se non è questa l’ora di “fonderci”: allora quando?
Svegliati Italia, guarda e reagisci! Svegliatevi Fratelli d’Italia e non cedete alla rassegnazione. Se il piccolo imprenditore preferisce il suicidio, se il malato è soggiogato dalla malasanità, se il giovane preferisce emigrare o restar per morire di disperazione tra uno stage malpagato e l’altro pure, allora niente potrà mai cambiare.

Bisogna aprire gli occhi, convincersi che solo la ribellione porta ad un cambiamento. Bisogna avere occhi vispi che scelgono di guardare, capire, denunciare, lottare. “Il problema è avere gli occhi e non saper vedere, non guardare le cose che accadono. Occhi chiusi. Occhi che non vedono più. Che non sono più curiosi. Che non si aspettano che accada più niente.” (Pier Paolo Pasolini)

In bocca al lupo, fratelli miei!

Gianluca Esposito

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