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"Charlie Hebdo" Terrore e martirio…

Forse il giorno più lungo e tragico degli ultimi dieci anni, i servizi segreti francesi adesso sono alla frenetica ricerca di una risposta che possa ripristinare almeno una parvenza di fiducia della pubblica opinione nell’efficienza dell’apparato d’intelligence. Un buco nero all’interno dell’intelligence francese che rende ancora più incredibile e drammatica questa disfatta. Nessuna segnalazione preventiva sulla possibilità di un’azione spettacolare nel cuore di Parigi e contro un obiettivo altamente sensibile come la rivista satirica più volte minacciata dai fondamentalisti??? A dire il vero si, i servizi di intelligence algerini 24 ore prima dell’attentato avevano, attraverso una informativa avvertito gli organi di intelligence francesi, quindi, cosa non ha funzionato??? Nessuna indicazione precisa sul commando che ha agito con tecnica e preparazione militare o qualcosa non ha funzionato come doveva. Restano degli interrogativi che dovranno essere chiariti nelle prossime ore.
L’attentato a Charlie Hebdo ha provocato un effetto domino che coinvolge tutti i servizi segreti europei e occidentali. Ma in assenza di dettagli, ci si limita all’analisi dei fatti, dei filmati, delle testimonianze. Ciò che risulta alla nostra intelligence interna ipotizza che il commando sia composto da “returnees”, fondamentalisti di seconda generazione residenti in Francia, addestrati militarmente in Siria, Iraq o Afghanistan e quindi rientrati in patria, oppure da una cellula autoctona di jihadisti completamente sfuggita al controllo dei servizi francesi. In entrambi i casi, i terroristi hanno mostrato una tecnica sofisticata e una spietata freddezza. Il colpo di grazia sparato al gendarme a terra, ferito, fa tornare alla mente scenari degli anni di piombo. La disinvoltura nel maneggiare gli AK47, la precisione nel tiro (15 i colpi della raffica che ha centrato il parabrezza dell’auto della polizia) e, se confermata, la presenza di un lanciarazzi da utilizzare per aprirsi una via di fuga, provano una preparazione che viene da lontano.
Non erano emersi segnali di particolare pericolo sul territorio nazionale, eppure è successo. E nonostante l’attentato di Parigi, in Italia, il livello di allarme rimane alto ma non arriva all’emergenza che sta vivendo in queste ore la Francia. Due i motivi. Il primo riguarda la conformazione della comunità islamica in Italia, che è numericamente inferiore di tre volte rispetto a quella d’oltralpe e non ha sacche di grave emarginazione come quelle delle periferie della capitale francese, dentro cui possono formarsi e crescere cellule jihadiste. Il secondo motivo ha a che fare con lo storico rapporto del nostro Paese con il mondo arabo, che non ha mai considerato l’Italia come un vero nemico nonostante la presenza del nostro apparato militare in quasi tutte le coalizioni, compresa quella più recente che sta combattendo l’Isis in Iraq.
Purtroppo, la possibilità di un azione isolata “emulazione”non viene naturalmente esclusa. Ma impedirla, sostengono i vertici della nostra intelligence interna, è virtualmente impossibile. Tuttavia questo scenario relativamente rassicurante rischia di modificarsi da quando l’Isis, a cui fa certamente riferimento anche il commando entrato in azione a Parigi, ha cominciato ad accusare i colpi dell’alleanza e di una crisi provocata dal crollo del prezzo del petrolio, che ha raggiunto i livelli a cui il Califfato vendeva sottobanco il greggio per autofinanziarsi. Tutto sarà più chiaro nelle prossime ore. Nei prossimi giorni, dalla DCRI (Direction centrale du renseignement intérieur) arriveranno informazioni più dettagliate sull’attacco a Charlie Hebdo, che ha messo in ginocchio i servizi segreti francesi e si configura come una  vera e propria dichiarazione di guerra della Jihad al cuore dell’Europa.
Ci sono stati anche atti di eroismo all’interno del supermercato kosher di Parigi dove Amedy Coulibaly teneva in ostaggio alcune persone. Un sopravvissuto, Mickael B, che si trovava nel negozio insieme al figlio di 3 anni, ha raccontato il coraggio di uomo che avrebbe tentato di fermare il sequestratore, ma sarebbe poi stato ucciso a sangue freddo.
Intanto anche la politica interna francese si divide.  Marine Le Pen cavalca d’astuzia lo sdegno di tutti i francesi impauriti. La destra del Fronte Nazionale non si è fatta scrupolo della piazza coi centomila a impugnare matite e a gridare che i valori della Republique sono intoccabili. Rompendo il silenzio nel giorno del lutto, Marine le Pen ha sparato due cannonate da stordire: chiedendo un referendum per rispristinare la pena di morte e sfidando Hollande a dichiarare la strage al Charlie Hebdo come un vero e proprio atto di guerra dell’Islam radicale, al quale bisogna rispondere dichiarando guerra alla Jihad che minaccia il cuore della Francia e dell’Europa. La leader del Fronte ha poi rotto il clima di unità nazionale annunciando che boicotterà, perché non invitata, il corteo di domenica organizzato da socialisti e comunisti.
Dopo queste concitate ore anche i musulmani entrano d’obbligo nel dibattitto. “Io non sono Charlie. Io sono Ahmed, il poliziotto morto. Charlie Hebdo metteva in ridicolo la mia fede e la mia cultura e io sono morto per difendere il suo diritto di farlo”.Il tweet di uno scrittore di origine libanese sta facendo il giro della rete francese, provocando una valanga di commenti e riflessioni. Invece di aderire all’hashtag #JeSuisCharlie in solidarietà con i morti del giornale satirico, Dyab Abou Jahjah ha creato #JeSuisAhmed in riferimento al poliziotto barbaramente ucciso con un colpo di grazia davanti alla redazione.
Senza dubbio un eroe “musulmano” che sacrificando la propria vita in nome della Libertà pone delle riflessioni a coloro i quali oggi rivendicano l’esistenza di un Islam moderato e integrato nell’ Occidente.
 
 
 
 

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Written by Vincenzo Priolo

Vincenzo Priolo è nato ad Agrigento il 5 dicembre del 1981. È laureato in scienze politiche e delle relazioni internazionali e ha frequentato nella sua carriera svariati corsi di specializzazione in materia di Sicurezza e Difesa. Ha maturato esperienze notevoli e di responsabilità in settori pubblici e di rappresentanza. Coordina il magazine Yepper fondato sulla base del giornalismo partecipativo. Ama viaggiare, cucinare ed intrecciare nuovi rapporti di collaborazione e amicizia con persone di altre culture e religioni.

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