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Tablet, notebook, smartphone o QUADERNONE?

Qualche giorno fa mi sono imbattuto in un articolo, sul buon vecchio portale Hardware Upgrade, riguardante qualche buon vecchio masterpiece del passato, tecnologicamente parlando. Si parlava di PORTATILI, computer portatili, per essere ancora meno criptici, anche se ormai alcuni termini sono attribuiti in maniera lapalissiana . Il sito in questione attribuiva la paternità del “mobile computing” – anche se molti nerd, appassionati e studiosi hanno largamente dissentito con commenti nei quali citavano tanti altri modelli – al TOSHIBA T1100, una vera e propria palestra in miniatura (un monoblocco di circa 4 kg di peso per la dimensione di poco superiore a quella di una 24 ore) visto che, chi lo portava a spasso da casa ad ufficio e viceversa, se non cambiava braccio in continuazione rischiava gli crescessero avambracci degni di Popeye.

... e chiamiamolo portatile...
… e chiamiamolo portatile…

Scherzi a parte, questi terminali erano fatti per tutto tranne che per la mobilità. Scordiamoci internet, messaggistiche, social network, giochi o altro. Videoscrittura. Editing di testi, lavoro, niente altro. Poco potenti, senza un hard disk (il funzionamento del sistema operativo, un ormai preistorico MS-DOS 2,1 veniva avviato direttamente da un floppy disk (quello che ci ricorda l’icona SALVA della maggior parte dei software conosciuti in commercio, la cui capacità massima era di 1,44 Megabyte – altro che giga e tera, ndr) e, nonostante lo schermo fosse in bianco e nero, non retroilluminato, garantiva all’utente un’autonomia di funzionamento a batteria (assimilabile a quella di uno scooter per forma e peso – influiva circa al 90% sulla densità del terminale) di circa 8 ore. Certo, una bomba ecologica di questo genere (era in piombo acido) necessitava di altrettanto tempo, se non di più, di ricarica per un corretto funzionamento, e molto spesso non era così facile arrivare in tempo alla presa di corrente. Il salvataggio aiutava solo se fatto manualmente di quando in quando. Poi quando arrivava il bip della morte… ORE DI LAVORO BUTTATE IN UN CESTINO! Ma questa è un’altra storia…
Non sono sicuro per nulla di quale portatile abbia aperto un capitolo della storia. Sta di fatto che hanno avuto un decollo commerciale negli anni in cui io ero un bimbo o poco più. E questa rivoluzione mi investì in pieno quando, al termine della quarta elementare, mi venne in mente di chiedere in regalo ai miei genitori un OLIVETTI Quaderno, visto che era tanto ovunque pubblicizzato, come regalo di promozione al posto della classica BMX o delle mie automobiline preferite. Nessuno me lo negò espressamente, ma allo stesso tempo i miei genitori non cercarono in alcun modo di dissuadermi. Mi spiegarono semplicemente che questo bell’oggetto del desiderio era veramente troppo per me. Avevano pienamente ragione, visto che all’epoca per la stessa cifra, mia madre acquistò una Fiat Uno usata. Mi fecero ragionare e per abituarmi alla scrittura testuale, optarono per regalarmi un terminale Olivetti, peccato che di elettronico avesse meno di niente. Era una semplicissima MACCHINA DA SCRIVERE con valigetta, una Olivetti Lettera 82. Ma fui ugualmente contento. Quantomeno la stampante era inclusa e, ironia della sorte, cominciai a prendere familiarità con una tastiera che non fosse musicale…
In fondo quando si è bambini basta l'immaginazione...
In fondo quando si è bambini basta l’immaginazione…

L’informatica in casa nostra era entrata nel 1990 con un Olivetti PCS 286, preistoria allo stato puro (che se non ricordo male ho già citato in un altro “amarcord” made in Yepper); altrettanto preistorico o quasi potrei definire quel vecchissimo, seppur ancora funzionante e in mio possesso, Compaq Contura Aero 4/25 con schermo a cristalli liquidi in bianco e nero e OS Microsoft Windows 3.1. Tutta tecnologia difficilmente reperibile in commercio, e laddove lo fosse, i costi erano esagerati. Forse mio padre ne aveva ben donde, a tenerci a comunicarmi il suo dissenso nel mio interesse quasi morboso a “ciacciare” quei calcolatori così fragili e costosi. Ancora una volta avrei dovuto attendere a dare il meglio di me. Quando poi, infine, trascorso qualche anno, per necessità didattiche, non potei fare a meno – anche se con la supervisione attenta e puntuale del genitore – di imparare ad utilizzare il personal computer, venne il mio tempo. Fui notato da amici, insegnanti e parenti, che si stupivano riguardo la padronanza con la quale mi destreggiavo tra icone (poche), stringhe testuali (molte) e tutto quel che concerneva hardware e software. E ne fu contento anche il maestro superato dall’allievo, al secolo e per l’occasione mio padre.
Giustamente un inesperto può far danni. Ma un esperto può farne di più!
Giustamente un inesperto può far danni. Ma un esperto può farne di più!
Degli altri anni sono passati. E l’evoluzione elettronico-digitale in casa s’è fatta vedere e sentire. E il sottoscritto si è appassionato sempre di più alle novità in campo informatico e telefonico (già, perchè nel frattempo, anche i telefonini, dai costosissimi Etacs in stile Motorola Family, sono diventati più sofisticati benchè più abbordabili). Complice anche il fatto di frequentare un ambiente universitario tutt’altro che punkabbestia e anticonformista, come sovente di contro accade, capitava molto spesso di confrontarsi con un amico e collega universitario con l’ultima novità in fatto di cellulare o computer palmare (eravamo ancora distanti da tablet e smartphone). Per fortuna, abbinati ai consigli su cosa acquistare, arrivava puntuale il consiglio su dove acquistare. Primi consigli per spendere qualche soldino in meno. Faceva sempre comodo avanzasse qualche spicciolo per la pizza del sabato sera. Ma per fortuna mi sono talmente appassionato, che avevo cominciato anche a prendere la mano con le riparazioni dei terminali. E quel che mi piaceva spendere in tecnologia lo riguadagnavo sempre dalla tecnologia stessa, praticamente una specie di circolo vizioso
Non basta un cacciavite, un saldatore e i ricambi. Quando avanzano i pezzi sono cavoli amari!
Non basta un cacciavite, un saldatore e i ricambi. Quando avanzano i pezzi sono cavoli amari!
In una decina d’anni le cose sono cambiate ad una velocità che potremmo definire, in un paragone nerd, al 400%. Se infatti nel giro dei primi 20 anni i computer continuavano a far fatica a far girare decentemente una videoscrittura, ad oggi esistono in commercio tablet, computer portatili e… udite udite, SMARTPHONES, poco più di cellulari (anche se sono diventati delle vere patacche che non entrano quasi più nemmeno nel taschino della giacca) in grado di far impallidire computer fissi per quanto sono potenti e performanti. Certo, non si tratta di roba da 50-100 euro: alcuni modelli di smartcosi possono avere valori commerciali a quattro cifre, qualcuno potrebbe raggiungere le 5 cifre, ma qui si rasenta il patologico (in realtà questi ultimi sono dispositivi nemmeno così performanti, ma sono fatti a mano e con materiali e stili ricercati. Provate a cercare VERTU in rete, NDR). C’è però da dire – valga l’adagio – che, qui lo dico e qui lo nego. Fortunatamente chi ha necessità – ovviamente senza troppe, esagerate pretese – di un po’ di “smart mobility”, può contare su dispositivi di fascia medio/bassa o comunque media, che non dico sia possibile usarli per creare dei rendering in stile Disney Pixar, ma per navigare in internet, SOCIALizzare, fare qualche fotina e ascoltare un po’ di musica, possono bastare ed avanzare. Esempi lampanti li propone Vodafone ogni estate, con degli smartphone poco conosciuti, poi “brandizzati” dalla stessa casa, che fanno decisamente bene il loro dovere, ma che ovviamente hanno caratteristiche tecniche non paragonabili a marchi maggiormente blasonati. Però, come amo dire io, ci provano bene. Il resto lo fa ovviamente l’utente finale: se riesce con tutte le intenzioni, quest’ultimo manda in panne anche il più costoso, resistente (o RUGGED che definir si voglia) e marchiato terminale. Hai voglia a dire a una persona maldestra che, se finisce nella tazza del wc, anche il più costoso iPhone 6 Plus da 128 GB (circa 1189 € se la memoria non mi inganna) sarà altamente improbabile che quest’ultimo continui a fare il suo dovere. Ma va bene così, almeno la mia passione sarà salva guadagnando qua e là da qualche “manfano utente” che in nessun caso vorrebbe vedere perso il suo lavoro e i suoi dati. Ma comunque un consiglio vorrei tentare di darlo. Sulla falsariga della buona vecchia immagine che vaga sul web, del pirla con la reflex da 3000 euro che si crede fotografo, se non è strettamente necessario, a che pro fare la fila di notte davanti ai negozi perchè domattina arriva il nuovo superfonino? Il rischio è fare la fine del primo acquirente dell’iPhone 6 (penso ormai pochissimi non ne siano a conoscenza, di questo EPIC FAIL, NDR). Se poi avete soldi che escono dalle orecchie e non sapete cosa farvene, ben venga. Anche se esistono associazioni di beneficenza e carità e tanta gente che non mangia un tozzo di pane da giorni in tutto il mondo (ma anche questa è un’altra storia, non vuole essere polemica. Dio ce ne scampi e liberi oltre che rendercene merito). E, se proprio vi accorgete di essere maldestri all’ennesima potenza, oppure odiate la tecnologia a tal punto da usare il tablet come tagliere per le cipolle, allora Moleskine produce delle favolose agendine di tutti i tagli e tutte le misure. E la Kodak, udite udite, produce ancora le macchinette fotografiche usa e getta. Ma fate attenzione: se anche loro finiscono nell’acqua o nel fuoco, si sciupano ugualmente, ma sarà ancora più difficile recuperare dati, immagini e lavoro…

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