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Tutto in punta di dito. Sempre più touch! O ammalati di tech?

Un po’ tutti guardiamo con un minimo di diffidenza alle innovazioni. Forse per via del fatto che temiamo stravolgano esageratamente la nostra vita, ma paradossalmente una volta che si entra nel meccanismo, non si può farne a meno. É quasi una droga e, paradossalmente, i drogati siamo noi, senza saperlo. O come sempre accade, ci affoghiamo fino ai capelli, non affrontando il problema, bensì mascherandolo. Gli studi scientifici (ironia della sorte ce n’è uno per qualsiasi cosa nella vita di un uomo accada, anche la frequenza con cui una persona mangia le arachidi o con che velocità un individuo prema il tasto 4 sul telecomando della TV – ovviamente drammatizzando, ndr) hanno coniato a tal necessità, una malattia che “si contrae” stando lontani dal cellulare, tablet o dispositivi similari: la NOMOFOBIA. L’acronimo, seppur brutto e spaventoso, sta semplicemente per NO MObile FOBIA, paura di restare senza cellulare, disconnessi, lontani dalla rete e dalle amicizie virtuali; i sintomi sono pochi e inconfondibili: crisi di panico e asocialità se il telefono non squilla o “suona a morto”, ovvero ci segnala la batteria scarica; necessità di tenere il telefono sempre a portata d’occhio e, se non lo è, dobbiamo avere sempre una possibilità per dare un’occhiata al led delle notifiche – spesso ingegnandoci a far acrobazie per evitare magre figure (magari siamo in chiesa o abbiamo a che fare con un interlocutore molto pignolo e che non sopporta le distrazioni); tendenza a sembrare dei lemuri caffeinomani impazziti arrampicandoci su termosifoni e scaffali del supermercato (colpa del cemento armato e dei “loci amoeni” che talvolta riducono drasticamente la potenza del segnale radio del terminale in nostro possesso) per cercare di far scomparire la modalità di Solo Emergenza e far ricomparire, anche se solo con una misera tacchetta, il logo operatore, sperando che, ancor meglio, compaia almeno la fatidica E accanto alle “tacche” (nemmeno 3G, H o H+ ben sperando che vada ugualmente – e quest’ultimo assioma lo capiranno -forse- solo i più nerd, ndr).
Solo Massimo Lopez poteva avere un telefono fisso con linea SIP nella legione straniera...
Solo Massimo Lopez poteva avere un telefono fisso con linea SIP nella legione straniera…
Le nostre vite non sono più legate a un filo, quello del Sirio con il doppino chilometrico di Massimo Lopez “una telefonata allunga la vita”. Paradossalmente sono legate a un “senzafilo”, il maledetto smartphone. E in quanto droga, talvolta è necessario staccare, disintossicarsi, visto che il rischio è quello di finirci sempre più dentro, in un tunnel, un vortice senza fine. Si rischia di diventare così “addicted” nella realtà virtuale, da rimanere poi sempre più indietro nella REALTA’ REALE (scusate il gioco di parole). E l’effetto è quello di sfociare nell’asocialità, vivere al margine. Poco carina come prospettiva, vero? In tutti i casi non esistono vere e proprie cliniche di recupero, in stile Sant’Egidio per i tossicodipendenti. Tutti condannati? No, in fondo basta poco.
Giacché ci sono, mi piace svoltare, parlare in prima persona, mettermi in gioco e condividere la mia esperienza personale. Appassionato di tecnologia, di tutto quello che è computer, telefonia, tecnologia in genere, vivo anche io (vuoi per lavoro, per necessità, per vicinanza alla famiglia) appeso a un filo – o come appena detto a un “senzafilo”, anzi anche di più. Mi porto dietro un cellulare per lavoro, uno per la famiglia ed un terzo è sempre nella borsa, pronto al collegamento al vivavoce in macchina o nel casco. Timore di rimanere isolato? Può darsi, ma il sabato pomeriggio o la domenica, visti i turni di riposo, i telefonini rimangono a casa, spenti, magari attaccati alla corrente, per una bel pieno di energia e pronti a ricominciare un’altra focosa settimana. E via a passeggio con la mia compagna e un frugoletto simpaticone di poco più di un anno e mezzo.
La loro mente è una spugna asciutta. ATTENZIONE!
La loro mente è una spugna asciutta. ATTENZIONE!
Ciò che in realtà tende a spaventarmi più di ogni cosa, è l’influenza che questi apparecchi (e i mass media) possono avere nei confronti di mio figlio. Si ammalerà di NoMoFobia? Cosa me lo fa temere? Sarò un non bravo educatore e questa sarà la conseguenza? Anche no: in fondo basta accendere la TV, anche sulla blanda e pulitissima Rai Yoyo, o sul simpatico Cartoonito, che tra un Sam il pompiere e un Mascia e Orso, ci propinano un nuovo spot che, per quanto innocuo possa mai sembrare, nasconde un messaggio subliminale, nella maggior parte dei casi anche esageratamente manifesto: il TOUCH. Sembra quasi una coalizione, per rendere interessante e moderna una réclame, come amavano dire i miei nonni: basta metterci un “effetto smartphone” (uno scorrimento tra pagine col dito, uno zoom pizzicato ecc ecc) e voilà, persino il vecchio e intramontabile spot del 1978 dell’omogeneizzato si riammoderna di colpo. Grandi idee per grandi effetti speciali (ah, l’ironia…)
Il rischio è di far finire un figlio come quello tristemente comico di youtube, che per quanto possa essere esilarante ed esperto nell’azionare un iPad, è già malato di NoMoFobia, e ciò si nota nel momento in cui gli levano di mano l’iPad e gli mettono davanti una rivista con caratteri minuscoli. Il risultato? Si arrabbia perché rivuole l’iPad; desidera ingrandire il carattere del settimanale pizzicandolo ripetutamente, ma quando capisce che non riuscirà nell’intento va su tutte le furie. NoMoFobia primordiale avanzata, aggiungerei.
Beh, anche mio figlio sa fare qualcosina con gli schermi touch e, di tanto in tanto, ama giocherellarci, ma è tutto mirato alla visione di qualche video, quali i cori dell’Antoniano o le “Nursery Rhymes”, ma per fortuna non ama granché stare con il telefono in mano, sempre a guardare cartoni animati, o meglio dopo un po’ il giochino diventa scocciante per lui. Risultato soddisfacente, visto che non ci siamo mai imposti o non abbiamo, comunque, mai avuto necessità di levargli, con la forza, dalle mani lo smartphone. In fondo anche con lui basta ancora meno: una passeggiata, una partita con la pallina, un bel gelato o una barchetta di carta. Con lui come con tanti altri bimbi. La babysitter elettronica non esiste e non esisterà nemmeno nel 2364. Provateci, non costa nulla! E addio NoMoFobia! Touch & Tech sì, ma senza esagerare, mi raccomando!

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