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CHE BANCA?

Il primo stipendio, vivevo in un monolocale a Firenze, lavoravo come infermiere. I soldi mi servivano,  per pagare un oneroso  affitto per un monolocale di merda, mangiare e sopravvivere. Ero stato costretto ad avere un conto corrente bancario ed ero felice per questo momento della mia vita. Il primo stipendio dopo anni di studio, sacrifici ed emigrazione. Avevo deciso, dovevo aprire un conto in banca e sentirmi parte della società,  incontrovertibile momento del cammino di ogni essere vivente. Quasi  fosse un matrimonio obbligato,  felice ed inconsapevole dovevo unirmi in nozze con la finanza e questo percorso forzato mi era stata inculcato negli anni, in famiglia, nei luoghi di socializzazione, a scuola, tra gli amici. Ed io mi fidavo.
La banca per me rappresentava un luogo dove custodire i soldi sudati col lavoro ed evitare sorprese sotto il mattone.  Ero piccolo, le “altre” domande non mi sfioravano, forse perché non ero capace di chiedermele. Magari  legittimamente a 24 anni ti dici dopo il primo stipendio: “Che culo, sto lavorando, quanto costa un’auto, posso comprarla!”, “posso finalmente comprarmi quei jeans che desideravo da anni !”, “posso andare al ristorante !”. Te ne freghi di “altre domande”,  perché tutto ciò che è distante,  non deve intaccare la serenità acquisita col duro lavoro. Ciò che è fuori mano non può distruggere ciò che ho e ciò che ho guadagnato col sudore e col sacrificio.

banca-etica1Ero “nudo” quel giorno, completamente scioccato da due monconi  tagliati come se lavorassi in una macelleria, carne, muscoli, legamenti  sfilacciati e  ossa sbriciolate da una sega e due piccole gambe ancora sanguinanti ,  sigillate in un sacco, affidatemi da un “superiore”,  ti inchini al superiore ma non essendo un militare,  gli chiesi senza timore: “Perché?”. Il superiore mi spiegò frettolosamente che appartenevano ad un bambino, le gambe  erano state spappolate da una mina in un luogo dell’Africa.

La distanza è un concetto che è caduto davanti a miei occhi, la lontananza si è assottigliata nella mia coscienza, la diversità si è tramutata in vicinanza. Non puoi non chiederti: “l’Africa, quale Africa?”. “Come possono esserci le mine sotto le gambe di un bambino?”. “Dove fabbricano le mine?”. “Chi finanzia  questo orrore?”. Tornai  a casa con lo stomaco pieno di vomito e iniziai a ricercare su google: “Mina, fabbrica di armi, guerra, soldi, banche”.

“Alcune banche contribuiscono  a finanziare le industrie belliche, i miei risparmi possono  spappolare le gambe”.  “I miei soldi possono uccidere?”  e mi sentivo  un correntista della morte, un risparmiatore per l’aldilà, un assassino. Cercavo una soluzione immediata, dovevo fermare il mio contributo inconsapevole all’orrore e alla guerra.

Esisteva una banca che non investiva negli armamenti ed in quel le fottutissime mine:  “BANCA ETICA”.

Da allora sono socio di quella banca e sento di aver salvato qualche fratello e/o sorella dall’orrore delle guerre. Non sono più una merce di scambio e cammino sulle mie gambe, per fortuna.

PER  APPROFONDIRE:

C. Bonaiuti e G. Beretta “Finanza e armamenti. Istituti di credito e industria militare tra mercato e responsabilità sociale”. Edizioni PLUS University Press, Pisa 2010

www.ilariaalpi.it   www.bancaetica.it  www.banchearmate.it  www.nigrizia.it  www.ildialogo.org

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