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Dobbiamo chiamarlo Daesh o ISIS?

Alcuni importanti leader politici internazionali da qualche mese si riferiscono all’ISIS chiamandolo “Daesh” come il presidente francese François Hollande e il Segretario di Stato John Kerry.
Esistono altri due modi per definire l’ISIS: “ISIL”, cioè una diversa interpretazione dello stesso acronimo che dà origine a ISIS, e ancora “Stato Islamico”, cioè il nome con cui il groppo chiama se stesso dal giugno 2014. C’è dunque molta confusione, anche se molti giornali internazionali oggi usano “ISIS”. Sintetizzando, possiamo comunque dire che usare “Daesh” al posto di ISIS o ISIL o Stato Islamico ha una motivazione precisa, e cioè quella di escludere parzialmente l’aggettivo “islamico” dal concetto di ISIS.
ISIL e la sua variante ISIS sono acronimi di “Islamic State in Iraq and the Levant”, la traduzione inglese dall’arabo di Al Dawla Al Islamiya fi al Iraq wa al Sham, il nome che il gruppo terroristico si è dato dal 2013 al 2014 .”Daesh” è invece l’adattamento di DAIISH, cioè l’acronimo tratto direttamente dall’arabo Al Dawla Al Islamiya fi al Iraq wa al Sham (داعش).
Questo scrivono molti giornali di fama internazionale oggi, ma siamo sicuri che il nome di questa organizzazione “pseudo governativa” sia il vero problema? Ma soprattutto, la questione è che i musulmani con quel richiamo a “islamico” da parte del sedicente Stato del sedicente califfo al Baghdadi si offenderebbero: è diventato questo il problema, mentre la gente muore e le bombe iniziano a cadere? Si preoccupano di questo, gli attivisti da tastiera? Meglio Daesh, definizione ufficialmente adottata dalle autorità francesi. Ne siamo certi?
Nel 1999 apparve la denominazione “Jamaat al-Tawhid wal- Jihad”, trasformato 5 anni più tardi, dal fondatore Abu Musab al Zarqawi in “Tanzim Qaidat al-Jihad fi Bilad al Rafidayn”. Nel 2006, sotto la guida di Abu Bakr al Baghdadi, il nome si trasformò in «Islamic State in Iraq» (ISI) e da lì la storia è nota.

“Daesh è un acronimo anomalo, che riprende l’originale DAIISH modellato su Al Dawla Al Islamiya fi al Iraq wa al Sham, traslitterazione araba della formazione terrorista e dell’embrione statale che vi si ricollega. La contrazione in Daesh era stata già analizzata nel settembre del 2014 da Lizzle Dearden su “The Independent” e da da Ian Black su “The Guardian”. Quest’ultimo rilevava come in francese l’espressione sarebbe stata scelta dalle autorità per le sue assonanze dispregiative con dèche, douche, tache, “restare al verde”, “doccia”, “macchia”.

Gli acronimi,  sono in sé pericolosi: “la maggior parte delle abbreviazioni sono perfettamente ragionevoli e appa­iono giustificate dalla lunghezza dei termini non abbreviati. L’abbreviazio­ne può servire ad eliminare domande non gradite. Come ad esempio la sigla Nato che non dice quel che dice North Atlantic Treaty Organization, menzionando un trattato tra le na­zioni che si affacciano sull’Atlantico del Nord, il questo caso uno potrebbe chiedere perché ne siano mèmbri la Grecia (ai tempi in mano alla dittatura dei colonnelli) e la Turchia. O come l’Onu che evita di porre l’accento su unite”. E così via…
Quindi, che si chiami Isis o Daesh, poco importa se permane la loro concretezza sopraffattoria, che è pari a quella di un’immagine sovraccarica di rosso e di nero: orienta ma non dice, commuove ma non muove.
Le abbreviazioni denotano solo e soltanto ciò che è istituzionalizzato in modo tale da tagliar fuori ogni connotazione spirituale. Il significa­to risulta rigido, alterato, montato ad arte. Una volta diven­tato un vocabolo ufficiale, continuamente ripetuto nell’u­so comune, esso ha perso ogni valore cognitivo e serve solamente per richiamare un fatto fuori di discussione. Questo stile possiede una concretezza sopraffattoria.

Vincenzo Priolo

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Vincenzo Priolo

Written by Vincenzo Priolo

Vincenzo Priolo è nato ad Agrigento il 5 dicembre del 1981. È laureato in scienze politiche e delle relazioni internazionali e ha frequentato nella sua carriera svariati corsi di specializzazione in materia di Sicurezza e Difesa. Ha maturato esperienze notevoli e di responsabilità in settori pubblici e di rappresentanza. Coordina il magazine Yepper fondato sulla base del giornalismo partecipativo. Ama viaggiare, cucinare ed intrecciare nuovi rapporti di collaborazione e amicizia con persone di altre culture e religioni.

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